[74]. Il Processo degli Untori, di cui s’è tanto parlato in quest’ultimi anni, esiste per intero nell’Archivio Criminale, o, per dir meglio, esisteva, giacchè andò in gran parte smarrito anni sono in un riordinamento di vecchie carte. La parte di esso che riguarda il Mora e gli altri condannati, si stampò nel 1630, perchè servisse a continuare il Processo medesimo coll’accusato Padilla. Pietro Verri fu il primo a spargere luce su questa miseranda storia degli Untori, scrivendo nel 1777 le sue Osservazioni sulla tortura, e singolarmente sugli effetti che produsse all’occasione delle unzioni malefiche, alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l’anno 1630. Fino dal 1761, Verri aveva abbozzate alcune idee sulla tortura, e nel Mal di Milza, celebre almanacco che, unitamente al Zoroastro, pubblicò per filosofica celia in quell’anno, così esprimevasi, facendo, sotto forma d’indovinello, parlare la Tortura. «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è macchiato, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per conoscere la verità, e non si crede a quello che si dice per opera mia. I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina. Le nazioni colte non si sono servite di me, il mio imperio è nato nei tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle opinioni di alcuni privati». Undici anni dopo, cioè nel 1777, egli riassunse le proprie idee su quell’orribile abuso, e le ordinò nelle sue Osservazioni. Non vi sia discaro, o lettori, udire il giudizio che ne dà il benemerito Pietro Custodi nelle Notizie del Verri premesse al volume XV, Economisti Italiani, Parte moderna.

«Per rendere più efficace la forza dei ragionamenti, scelse un famoso esempio di un delitto impossibile confessato per l’eccesso de’ tormenti, cioè il fatto delle unzioni venefiche cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630. L’ordine, la chiarezza, la forza de’ raziocinj e l’insinuantesi fluidità del suo stile trovansi nelle Osservazioni sulla Tortura in grado eminente. Non temo d’incontrar taccia di esagerato, se dico che quest’Opera mostra più che ogni altra qual grand’uomo era il Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei pezzi di processo scritti col barbaro frasario de’ tribunali, ancor più barbaro a que’ tempi; d’insinuare l’austerità de’ ragionamenti per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità; e di trasfondere ne’ suoi lettori, colla commozione della sua anima, la sua stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre (il conte Gabriele), era presidente di quel collegio di supremi giudici, che centoquarantasette anni prima avea dato un sì atroce esempio d’ignoranza e di crudeltà nel legale assassinio di tanti innocenti. Si credette che l’estimazione del Senato potesse restar macchiata per la propalazione dell’antica infamia. Questo riflesso prevalse; Verri, per rispetto del padre, rinunciò all’idea di dare alle stampe le sue Osservazioni, così il pubblico rimase defraudato di un’opera che certamente su tutte le altre di eguale argomento avrebbe riportato la palma.

Queste Osservazioni, unitamente alle Memorie storiche sulla Economia pubblica dello Stato di Milano, scritte nel 1768, furono pubblicate dal Custodi l’anno 1804, e formano il volume XVII, Parte moderna degli Scrittori Classici Italiani di Economia politica. «Il manoscritto originale, dic’egli, di questa importantissima Opera, già disposto dall’autore per la stampa, mi venne cortesemente comunicato dalla stimabile di lui vedova. Io ho creduto di aggiungervi, quasi in forma di una lunga nota, le Osservazioni sulla Tortura, per soddisfare alla curiosità di molti che bramavano di vederle pubblicate, e perchè altronde l’esempio del fatto atroce che ne forma il principal soggetto, può servire di più ampia dimostrazione della barbarie dei tempi». (pag. 53, Volume XV, Parte moderna).

Cesare Cantù, ne’ suoi Ragionamenti intorno alla Storia Lombarda del secolo XVII, pubblicati in via di commento ai Promessi Sposi nei Volumi 11, 12 dell’Indicatore 1832, tolse dal Verri, e riprodusse tutto ciò che avvi di più importante nei due opuscoli citati, circa la condizione politico-economica di Milano a quell’epoca, e circa il Processo degli Untori.

Nel 1839 si sparse la voce in Milano che pubblicavasi un lavoro sulla Colonna Infame, e molte ciarle se ne fecero, nell’idea che fosse lo scritto tanto desiderato di Manzoni, o se d’altri lavoro originale. Ma al comparire del volume fu delusa l’aspettativa del pubblico, non essendo che una semplice ristampa della Parte Offensiva del Processo data in luce, come accennai più sopra, nel 1630, aggiuntovi, per informativa e per conclusione del fatto, due brani dei Ragionamenti di Cesare Cantù. Il libro non poteva gradire alla comune dei lettori, perchè nulla più nojoso d’un processo in istile barbaro e prolisso; quindi giace dimenticato: però è un documento storico non senza importanza pei Milanesi. Sceglierò alcune note ad illustrazione del Ripamonti, tanto dal Verri che dal Processo, citando di quest’ultimo l’edizione del 1839.

[75]. Figlio di Domenico e di Paola, levatrice, habito in porta Ticinese nella Parochia di S. Pietro in Caminadella cioè al Torchio dell’Oglio: alli 26 di Maggio cominciai a far il Commissario sopra la Sanità per far sequestrare sù gli infetti, farli condur via, et anche far condur via li morti di peste con li carri, commandando alli monati, et questo ufficio lo faccio per porta Ticinese; ma prima di far il Commissario attendevo a scartezar filisello. (Processo, pag. 37.)

[76]. Vedi nel Processo i lunghi costituti dei testimonj, i quali concordemente deposero che circa le due ore della mattina avevano veduto passare dalla Vedra dei Cittadini il Piazza, imbacuccato, tenendosi rasente i muri, e con in mano una carta fregare qua e là le pareti delle case e le porte, che si scoprirono imbrattate d’un certo onto che pareva grasso tirante al giallo... una cosa gialla che pareva che in duoi luoghi vi fosse stata buttata su con un deto. (Processo, pag. 30 e seg.)

[77]. Di questa crudelissima esacerbazione non trovasi cenno nel Processo; forse è amplificazione rettorica del Ripamonti.

[78]. L’infelice protestò nei primi esami la sua innocenza; ma lo spavento di venir sottoposto ogni giorno agli spasimi della tortura, e l’impunità promessa qualora palesasse il delitto ed i complici, lo spinsero, per amore della vita, alle più strane ed assurde confessioni.

«Il Piazza dunque chiese ed ebbe l’impunità, a condizione però che esponesse sinceramente il fatto. Ecco perciò che al terzo esame egli comparve, e accusandosi senza veruna tortura o minaccia d’aver unto le muraglie, pieno di attenzione per compiacere i suoi giudici, cominciò a dire che l’unguento gli era stato dato dal barbiere che abitava sull’angolo della Vedra; che questo unguento era giallo, e gliene diede da tre once circa. Interrogato se col barbiere egli avesse amicizia, rispose: è amico, signor sì, buon dì, buon anno, è amico, signor sì. Quasi che le confidenze di un misfatto così enorme si facessero a persone appena conoscenti, amico di buon dì, buon anno. Come poi seguì così orribile concerto? Eccone le precise parole. Il barbiere di primo slancio disse al Piazza, che passava avanti la bottega: vi ho poi da dare non so che; io gli dissi, che cosa era? ed egli rispose: è un non so che unto; ed io dissi: verrò poi a torlo; e così da lì a tre dì me lo diede poi. Questo è il principio del romanzo. Va avanti. Dice il Piazza, che allora che gli fece tal proposizione vi erano tre o quattro persone, ma io adesso non ho memoria chi fossero, però m’informerò da uno che era in mia compagnia, chiamato Matteo che fa il fruttaruolo e che vende gambari in Carrobio, quale io manderò a dimandare, che lui mi saprà dire chi erano quelli che erano con detto barbiere. Chi mai crederà, che in tal guisa alla presenza di quattro testimonj si formino così atroci congiure! Eppure allora si credette: I. Che la peste, che si sapeva venuta dalla Valtellina, fosse opera di veleni fabbricati in Milano. II. Che si possano fabbricar veleni, che dopo essere stati all’aria aperta, al solo contatto diano la morte. III. Che se tai veleni si dessero, possa un uomo impunemente maneggiarli. IV. Che si possa nel cuore umano formare il desiderio di uccidere gli uomini così a caso. V. Che un uomo, quando fosse colpevole di tal chimera, resterebbe spensierato dopo la vociferazione di due giorni, e si lascerebbe far prigione. VI. Che il compositore di tal supposto veleno, in vece di sporcarne da sè le muraglie, cercasse superfluamente de’ complici. VII. Che per trascegliere un complice di tale abbominazione, gettasse l’occhio sopra un uomo appena conosciuto. VIII. Che questa confidenza si facesse alla presenza di quattro testimonj, e il Piazza ne assumesse l’incarico senza conoscerli, e colla vaga speranza di ottenere un regalo promessogli da un povero barbiere! Tutte queste otto proposizioni si pongano da una parte della bilancia. Dall’altra parte si ponga un timore vivissimo dello strazio e de’ spasimi sofferti, che costringe un innocente a mentire, indi la ragione pesi e decida qual delle due parti contiene più inverosimiglianza». (Verri, Osservazioni, pag. 215.)