Baruello morì di peste in prigione il 18 settembre.
[83]. Figlio del castellano di Milano. Dopo lunga procedura uscì innocente nel 1632.
[84]. Il Baruello, nella sua pazza deposizione, eccitato a dire la verità, contorcendosi e battendo i denti, gridò: Ù ù ù, se non lo posso dire: — V. S. m’agiutti, ah Dio mio! ah Dio mio! — È là quel prete francese con la spada in mano, che mi minaccia, — vedetelo là, vedetelo là sopra quella finestra. I Giudici ritenendolo ossesso, fecero chiamare un sacerdote, il quale usò varj esorcismi, e benedì la finestra accennata dal Baruello, che intanto strillava, gridando scongiurate quello Gola Gibla. Alla fine eccitato più volte a parlare, egli proruppe in queste parole:
«Signore quel prete era un Francese, il quale mi prese per una mano, e levando una bachetina nera lunga circa un palmo, che teneva sotto la veste, con essa fece un circolo, e poi mise mano ad uno libro largo in foglio, come di carta picciola da scrivere, ma era grosso trè deta, e l’aperse, et io viddi sopra li foglij delli circoli, e lettere à torno, à torno, e mi disse, che era la clavicola di Salomone, e disse, che dovessi dire, come dissi queste parole Gola Gibla, e poi disse altre parole hebraiche, aggiongendo, che non dovessi uscir fuori del chierchio, perche mi sarebbe succeduto male, et in quel ponto comparve nell’istesso circolo uno vestito di Pantalone, et all’hora il detto Prete tenendo il quadretto dell’onto nelle mani disse, Attaccatevi à me, ne habbiate paura, e poi voltatosi verso di me, disse, Riconoscete voi questo quà per vostro Signore, facendomi cenno, che dicesi de sì, et io all’hora risposi: Signor sì, che lo riconosco per mio Signore, e lui, cioè detto Prete andava dicendo, nec propter te, nec propter alios, mirando all’ampolino dell’onto, che haveva nelle mani, oltre molte altre parole de quali non mi raccordo, e mentre ero in detto circolo io non vedevo alcuno fuori, che il detto Prete, e detto Pantalone: partì poi detto Pantalone, sentito che hebbe ch’io lo riconoscevo per mio Signore, et uscito fuori del circolo, viddi..... il Signor Don Gioanni il quale mi disse avete visto colui? denari non ve ne lascerà mancare; et io dimandandoli chi era detto Sig. Don Gioanni, rispose che era il diavolo: all’hora detto Prete li restituì detto ampolino, et il Sig. Don Gioanni lo diede à me dicendo: Horsù vi hò conosciuto per galant’homo mi voglio affidar di voi, pigliate questo vaso, che è di quelli onti, che hoggi dì vanno per Milano, e perche non è perfetto, trovate ghezzi, e zatti, come hò già detto di sopra, poi mi soggionse: Non vi dubitate, che se la cosa va à luce, io sarò padrone di Milano, e voi vi voglio fare delli primi di Milano». (Processo, pag. 227.)
E seguitò la sua filastrocca, accusando molte persone, e particolarmente un Carlo Vedano maestro di scherma. Baruello era un furfante matricolato, che fingendosi invaso dal diavolo, sperava a forza d’invenzioni e bugie, scampare la vita, godendo l’impunità promessa; ma egli non fece che compromettere nuovi innocenti, e chi sa quante altre vittime avrebbe sagrificate se in pochi giorni non fosse morto, come notai, di peste.
[85]. Il Mora e il Piazza subirono la morte il 2 agosto con tutte le barbare esacerbazioni portate dalla sentenza 27 luglio del seguente tenore.
«Riferito in Senato dal Magnifico Senatore Monti, presidente dell’Uffizio di Sanità, il processo istrutto contro G. Piazza e G. G. Mora, che con pestifero unguento unsero la Città, e udito esso magnifico presidente, e raccolti i voti di tutti i Senatori, venne nella determinazione che i predetti Mora e Piazza, intimata ad essi la morte, vengano tormentati colla corda ad arbitrio d’esso magnifico Presidente, intorno agli altri punti e ai complici; e che avuti per ripetuti e confrontati, sopra un carro sieno condotti al solito luogo del supplizio, e per via sieno morsi con tenaglie infocate nei luoghi dove peccarono; ad entrambi si tagli la destra davanti alla barbieria del Mora, e spezzate le ossa secondo il costume, e la ruota si levi in alto e si intreccino vivi in quella, e dopo 6 ore sieno strozzati, e subito i loro cadaveri sieno bruciati, e le ceneri gettate nel fiume, e la casa del Mora si distrugga, e al posto suo s’alzi una colonna che si chiami infame con un’iscrizione del fatto, e a nessun più in perpetuo sia concesso rifabbricarla. Ai creditori particolari si soddisfaccia coi beni dei condannati se ne avranno, se no del pubblico; i beni del Mora e del Piazza si confischino. Nel condurli al patibolo si tenga questa forma. Precedano due trombetti che annunzino al popolo la causa della condanna e del supplizio. Siavi bastante scorta, chè non avvenga tumulto nel popolo, e perciò si chiudano le case dei sospetti; e si proclami che ciascuno stia in casa, e si guardi. Il luogo dove avrassi a far la giustizia cingasi di steccati di legno, i quali affinchè non possan essere infetti con quell’unguento pestifero, custodiscansi da uomini a ciò; e a quel luogo facciasi un coperchio, acciocchè i frati possano con minor incomodo assistere ai condannati, e di tutto diasi avviso al vicario di Giustizia. Ottaviano Perlasca sottoscrisse e sigillò ecc.».
Chiuderò questo capitolo con un documento importantissimo, perchè prova ad evidenza l’intima persuasione, e in uno lo spavento che i magistrati avevano degli unti. Si noti che il fulminante decreto uscì cinque giorni dopo il supplizio del Mora.
Philippus IV Dei gratia Hispaniarum ecc. Rex, et Mediol. Dux ecc.