Data in Milano alli 7 di agosto 1630.

Ex ordine S. Ex. Antonius Ferrer.

Vidit Ferrer.
Proueria.

[86]. Esaminando i processi degli Untori, che esistono in gran numero nei nostri archivj pubblici e privati, trovai molti inquisiti, arrestati appunto nelle campagne. Mi ricordo aver letto tra gli altri il processo d’un frate laico, che venne preso nelle vicinanze di Legnano, perchè alcuni ragazzi, i quali custodivano le vacche al pascolo, corsero in paese gridando ch’egli aveva unta una pianta, vicino la quale erasi soffermato per bisogni naturali.

[87]. Anche il vicino Limbiate andò immune dalla peste, se vuolsi dar fede alla tradizione popolare conservata in paese fino ad oggi. Però in entrambi gli archivj parrocchiali non esiste ricordo alcuno intorno il contagio del 1630 a conferma d’una tanto fortunata eccezione nella generale catastrofe.

Devo questa notizia alla gentilezza del Rev. parroco di Limbiate Domenico Galli, che dietro mia inchiesta ebbe la compiacenza di esaminare i suddetti archivj.

[88]. Plebeij quoque nobilium.

[89]. Pare che alluda a Gustavo Adolfo re di Svezia, detto il Leone del Nord, che per sostenere la Riforma di Lutero guerreggiava in quel tempo contro l’imperatore Ferdinando ed i principi cattolici della Germania.

[90]. Da queste franche parole appare che il nostro Storico non era persuaso delle unzioni. Infatti egli si limita a tradurre nel seguente capitolo il Tadino, uomo, e pe’ suoi talenti e per la carica di Conservatore della Sanità, molto stimato. L’urtare un’opinione generalmente creduta non solo dal popolo, ma dai nobili e magistrati, e cui inclinava a credere lo stesso Arcivescovo, era per sè pericolosissimo. Aggiungasi le traversie sofferte dal Ripamonti ed i molti suoi nemici, e si troverà che il lasciare, siccome fa, in dubbio se le unzioni fossero reali o immaginarie egli è quanto potevasi esigere da uno storico posto nelle sue circostanze.

[91]. Atque post ejus mortem futurus alter quodammodo Septalius, dice il testo. La frase affixus lateri senis hærebat, indica con molta forza l’amicizia e famigliarità strettissima che univa questi due medici, così distinti per talenti e bontà di animo, e i quali, per eminenti servigj prestati alla patria durante una lunga carriera, e specialmente nel contagio, meritano che la loro memoria sopravviva benedetta tra i non ingrati posteri.