[92]. Il Tadino somministrò importanti notizie al Ripamonti, senza le quali avrebbe difficilmente potuto rischiarare molti punti della storia del contagio. E perchè questo Istorico personalmente non si trovava presente alla crudeltà di questo pernitioso contagio (finora non mi fu dato scoprire dove si fosse ritirato il nostro Ripamonti), però ne anche poteva essere informato d’alcune certe speciali et esentiali particolarità che la città desidera; anzi la sua fatica si sarebbe resa molto imperfetta, quando che o sì per ubbidire a chi mi poteva commandare come che anche per essermi in persona à comune prò della mia Patria dal principio sino al fine di così grande flagello adoperato, non l’hauessi soccorso de’ molti avvisamenti et osservationi come ne’ suoi libri, con più et longhe memorie egli testifica. (Ragguaglio, ec., nella Dedica al vicario Orrigoni.)

[93]. Apparve nel fine del mese di Giugno una Cometa molto grande verso settentrione et durò longo tempo, vista da più persone; come ancora si viddero alcuni Eclissi et in particolare del Sole et della Luna; inditio manifesto del futuro gastigo della peste che N. S. ci voleva mandare..... Di modo aponto spirata la Cometa, puoco doppo successero di nuovo le untioni nella città principalmente, et suo Ducato et doppo passarono per tutto lo Stato. (Tadino, pag. 110.)

[94]. In questo pomposo elogio del Tadino, come astrologo, e nella protesta che fa il Ripamonti della propria ignoranza e timidezza nella medesima scienza, non ti sembra, o lettore, di travedere una pungentissima ironia? Era il nostro Storico, per acume d’ingegno e libertà d’opinioni, molto innanzi de’ contemporanei, e in tutte le opere di lui scorgesi come disprezzasse buona parte dei pregiudizi comuni a que’ giorni; ma la credenza delle unzioni era così generale, che il negarla sarebbe stato, lo ripeto, pericoloso. Nè Ripamonti, sfuggito una volta all’Inquisizione, era uomo da incapparvi la seconda, ciocchè non sarebbe stato difficile, stantechè l’Inquisitore generale, come vedremo avanti, le autenticò, per così dire, coll’autorità delle sue parole.

[95]. Secondo il Tadino erano francesi. (Pag. 111.)

[96]. Occorse che costui (il francese) trattò per accidente di tutte queste cose con un Battiloro detto il Borghino, il quale habitava vicino alla casa del Senator Arconato, presidente all’hora della Sanità di tutto lo Stato, et subito conferto dal Borghino questo negotio, con Gio. Battista Cogliate persona giuditiosa et prudente, et desideroso molto della salute publica, et domestica della casa del sodetto Presidente. Il quale essendo stato avvisato dal detto Cogliate et ricordandosi delle lettere reali... nel fare del giorno seguente dell’avviso, lo fece far prigione, ec. (Tadino, pag. 111.)

[97]. Tutt’altro che rilasciato! Essendosi rinvenuta fra le sue robe una vestina dell’habito di S. Francesco di Paola con una cintura del detto ordine, dovè confessare ch’era frate. Arrivò questa nuova al Padre Inquisitore Generale, il quale per suo officio, come appostata et habitato in Geneura lo sequestrò con tutte le sue robbe, et puoco dopo lo fece condurre al Santo Officio, il quale esaminato sopra altri particolari, di più di quello haueua fatto il Tribunale della Sanità per interesse del suo officio, s’intese che confessò il pregione molte cose pregiudiciale alla salute dell’anima sua et scandalo universale; dove puoco doppo fu condotto a Roma d’ordine di quella Santa Congregatione. (Tadino, pag. 112.)

[98]. Il Tadino dice che gli Untori servivansi di escrementi putrilaginosi delli buboni, carboni, et antraci pestilenti misti con altri ingredienti, li quali per hora non conviene riporgli in carta.... (Pag. 119.)

Sono incredibili le assurdità che si propalavano intorno la composizione di tali supposti unguenti. I poveri accusati, per sottrarsi agli atrocissimi spasimi della tortura, facevano sì pazze e strane confessioni, che sarebbe bastato un po’ di buon senso nei giudici per scorgere a colpo d’occhio la falsità; sgraziatamente la credenza generale nelle unzioni era sì forte, che soffocava non solo il buon senso, ma ogni principio di giustizia. Si pigliava di tre cose, tanto per una; cioè un terzo della materia che esce dalla bocca dei morti, dello sterco umano un altro terzo, e del fondo dello smoglio un altro terzo; e mischiavo ogni cosa ben bene, ne vi entrava altro ingrediente o bollitura. Così il Mora, in uno dei costituti; le quali aberrazioni da delirante, prodotte dal bisogno di sottrarsi al martirio, e dopo ritrattate, cadevano al solo riflesso che i due ultimi schifosi ingredienti nemmeno per sogno sono velenosi, e la bava degli appestati non era facile raccoglierla clandestinamente in gran quantità, e maneggiarla senza contrarre la peste.

Ed il Maganza, figlio di frate Rocco, altro implicato nel processo. Il cognato del Baruello mi disse: andiamo fuori di Porta Ticinese, li dietro alla Rosa d’oro, ad un giardino che ha fatto fare lui, a cercare delle biscie, dei ratti e dei ghezzi ed altri animali, quali li fanno poi mangiare una creatura morta, e come detti animali hanno mangiato quella creatura, hanno le olle sotto terra, e fanno gli unguenti, e li danno poi a quelli che ungono le porte: perchè quell’unguento tira più che non fa la calamita.

«Un pazzo legato non potrebbe fare un dialogo più privo di senso di questo, e allora seriamente veniva scritto. L’unto malefico, secondo il romanzo del Mora, era di bava, sterco e ranno; ora, secondo il figlio del frate Maganza, era di serpenti, rospi, ec. nodriti di carne umana, e non si sapeva allora che questi animali non mangiano carni! — A un sì strano e bestiale racconto conveniva di opporre alcune interrogazioni necessarie... Tutto si ommise. Il fanatismo voleva trovare il reo dopo di avere immaginato il delitto». (Verri, Osservazioni, pag. 232.)