[99]. Dice il Tadino che i Decurioni di Palermo per liberarse da questo nemico così crudele si facevano tanto liberali con abbondanza de’ dinari che somministravano fin due dople al giorno di mercede alli Monatti oltre li straordinarj et furti che potevano fare.... E si ridussero (i Palermitani) a tal stato miserando, che se la peste s’appizzava in due case in una contrata, v’erano gli ordini tanto rigorosi, che subito attaccata s’abbruggiasse tutta, spettacolo invero horrendo! (Pag. 119.)
[100]. Avete curiosità di sapere in che consistesse questo famoso Unguento? Ecco la ricetta che insieme con altre parecchie trovasi nel Trattato di varj Rimedj contro la peste nel libro del cavaliere Ascanio Centario intorno il contagio del 1576.
Unguento Pretioso et Mirabile
Contro la peste, che fu manifestato da uno che venne per infettar Milano, che fu poi per questo giustitiato.
| Piglia | Cera nuova | oncie III |
| Olio d’oliva | oncie II | |
| Olio di Hellera | ana ½ oncia. | |
| Olio di sasso | ana ½ oncia. | |
| Foglie di aneto | ana ½ oncia. | |
| Orbaghe di lauro peste | ana ½ oncia. | |
| Saluia | ana ½ oncia. | |
| Rosmarino | ana ½ oncia. | |
| Un poco d’aceto | ana ½ oncia. |
Et tutte queste cose si fanno negli sopradetti oglij bollire tanto che ogni cosa sia bene incorporata insieme a’ modo d’unguento del quale poi si ungono le narici del naso, ovvero li polsi della testa, o delli bracci, et sotto la suola de’ piedi, usando prima il mangiare de agli, cipolle, e gustare dell’aceto.
[101]. E come se gli unguenti non bastassero, si trovarono anche le polveri venefiche.
S’aggiunse di più, che oltre l’unguento pestilente et venefico fabricavano ancora una polvere della medema natura et qualità, la quale spargevano nelli vasi dell’acqua benedetta pigliata dal popolo nelle chiese et ancora nelli luoghi della povertà dove si trouauano camminare con li piedi ignudi, attaccandose alle mani et piedi haueva tanta forza che incontinente quelle misere creature s’infettavano et morivano in brevità di tempo. (Tadino, pag. 119.)
[102]. Tadino dice che erano figliuole di un Antonio Vailini di Caravaggio. (Pag. 121.)
[103]. Codesto G. B. Farletta, morto in prigione durante la procedura, venne abbruciato in effigie il 7 settembre mentre si giustiziavano il Maganza ed altri untori.