[128]. Nel luogo ove sbocca la via detta di Santa Croce, sulla piazza attuale di Sant’Eustorgio, esisteva da antichissimi tempi un fonte, traduco l’Alciati, ove si pretende che San Barnaba battezzasse primo i Milanesi, e celebrasse la messa, catechizzando il popolo. La tradizione aggiungeva che il santo Apostolo dimorò sette anni in quel solitario sito, che San Cajo, il terzo arcivescovo della nostra Chiesa, ivi battezzò gran numero di Gentili, fra i quali i più nobili cittadini. Grandissima era la venerazione dei Milanesi, che nelle infermità venivano a bere di quell’acqua, reputandola, per intercessione di San Barnaba, miracolosa. Non essendovi alcun vestigio di chiesa, Federico Borromeo pensò ad innalzarne una, ed il 28 ottobre 1623 pose la prima pietra coll’assistenza del Governatore, Tribunali e Città, con infinito popolo accorso a quella divota funzione. (Così il Lattuada.)

[129]. «Non affrontava i pericoli temerariamente, come se disperazione o noja lo costringessero a morire, ovvero cercasse lode fra i precipizj, giusta quanto si narra facessero alcuni grandi uomini. Ma del pari non evitò mai alcun pericolo cui fosse giusto e legittimo l’avventurarsi». Così lo stesso Ripamonti nella Vita di Federico, pag. 389.

[130]. Esisteva una tradizione fra i Padri Minori Osservanti che, scoppiata la peste in Milano, il Guardiano del convento della Pace dicesse in refettorio, che tutti coloro i quali erano disposti a prestarsi si alzassero in piedi; e che neppure uno rimase seduto. Questo fatto lo raccontava il vescovo Cerina, antico religioso dell’Ordine, e morto in Milano nel 1827.

Onorevole Documento di quanto fecero i Minori Osservanti in tempo del contagio è la seguente Iscrizione posta in una lapide nell’ortaglia dell’ex convento della Pace, e oggidì di proprietà della Raffineria di zuccaro dei signori Azzimonti e C. Tanto più volontieri io cito quest’iscrizione, traducendola, in quanto che, malgrado la sua importanza storica, non venne finora giammai pubblicata.

TRATTIENI IL PASSO VIATORE NON IL PIANTO
L’ANNO DELLA NATIVITÀ DI CRISTO MDCXXX
UN FUNESTO CONTAGIO
INVASE L’ITALIA DEVASTÒ LA LOMBARDIA
E LO STATO E LA CITTÀ DI MILANO QUASI ANNICHILÒ
SEICENTO MILA NEL PRIMO
CENTONOVANTA MILA NELLA SECONDA MORIRONO
QUESTA MILANESE PROVINCIA
DEI FRATI OSSERVANTI DI S. FRANCESCO
PIÙ CHE CENTO DEI SUOI FRATI RAPITI DAL MORBO
CON GIUSTO DOLORE LAGRIMÒ
ESSI COL PRESTARE AGLI APPESTATI UFFICI DI CARITÀ
PERDETTERO LA VITA ACQUISTANDO IN CIELO
IL PREMIO DEI CARITATEVOLI
NOVE DI LORO ESTINTI IN QUESTA DIOCESI
QUATTRO A S. STEFANO IN BROGLIO
DUE A S. BARTOLOMEO IN MILANO
DUE IN ABBIATEGRASSO UNO A S. PIETRO FUORI DI MONZA
TUMULATI RIPOSANO
UNDICI ALTRI SACERDOTI INSIGNI
PER DOTTRINA EVANGELICA PREDICAZIONE E PIETÀ
LA MEDESIMA PESTE VULNERÒ NON ESTINSE
COSÌ LA FURIBONDA MORTE E I CADAVERI SANGUINOLENTI
NON POTERONO SPEGNERE IL FUOCO DI CARITÀ
DEI FIGLI DI S. FRANCESCO
NÈ RAFFREDDARE LE SACRE CENERI DI ESSO FUOCO
QUESTO UFFICIO PIÙ DI OGNI ALTRO PIETOSISSIMO
LA MISERA PATRIA SPERIMENTÒ
DIVOTA RICONOBBE GRATA ENCOMIÒ
O TU CHE VAI OLTRE IMPARA
DA SÌ GRANDE CONTAGIO L’UMANA CALAMITÀ
DA TANTA ABNEGAZIONE LA PIETÀ RELIGIOSA
DA SÌ TREMENDO FLAGELLO
IL GASTIGO E INSIEME L’INDULGENZA DIVINA
I FRATI NOVIZJ DELLA CASA DELLA PACE
SUPPLICANTI LA PACE CELESTE
QUESTA LAPIDE
A SEMPITERNO MONUMENTO DEI DEFUNTI
E SALUTARE RICORDO DEI BEATI
POSERO
IL QUARTO GIORNO DI OTTOBRE ANNO MDCXXXXVI

[131]. A schiarimento di questo passo, giovi richiamare l’attenzione dei lettori sull’Ordine degli Umiliati, il quale estinto da quasi tre secoli, cadde in dimenticanza, benchè abbia sostenuto una parte importante nella storia. Sull’incominciare del secolo XI (1014), e regnando l’imperatore Enrico I, alcuni nobili milanesi furono tradotti prigionieri in Germania, e là fra le angustie dell’esiglio fecero voto che se un giorno riveder potevano la patria, condurrebbero una vita santa, rinunziando agli agi ed alle pompe mondane. Tornati in patria, attennero il voto, e riuniti gli ingenti loro patrimonj, si raccolsero in un cenobio sotto la regola di San Benedetto, assumendo il nome di Umiliati per ricordo della umìle vita cui erano stati ridotti dall’inopia durante la cattività. L’Ordine crebbe rapidamente, e in meno d’un secolo Milano contava sessanta ospizj, trenta per gli uomini, e trenta per le donne. Gli Umiliati si resero benemeriti al paese, dissodando in molte parti terreni, istituendo setificj, e specialmente lanificj, ramo d’industria che fecero prosperare in Lombardia, attivandone un esteso commercio. Le ricchezze loro crebbero a dismisura, e, come accade, pervertiti i costumi, traviò l’Ordine dall’originaria regola. All’epoca di S. Carlo contavansi in tutta l’Italia non più di cento Umiliati, compresi i novizj, i quali avevano nullameno che un reddito annuo di sessanta mila zecchini imperiali, sommanti più d’un milione delle nostre lire. S. Carlo, fin da quando trovavasi in sua gioventù a Roma, s’informò degli Umiliati, e conosciutane la decadenza, stabilì richiamarli all’osservanza. Infatti nel 1567 intimò un capitolo generale, privò i Proposti (così chiamavasi i superiori delle diverse case degli Umiliati, e da ultimo vivevano alla principesca, con autorità quasi dispotica) delle entrate, e nominò un Generale dell’Ordine di sua scelta. Fu allora che diversi Proposti congiurarono per togliere di mezzo l’Arcivescovo, scegliendo un frate Donati, milanese, detto il Farina, perchè l’uccidesse. L’attentato andò in lungo, tra per mancanza di denaro, tra per l’irresolutezza del Farina, in cuore del quale il rimorso lottava colla sete dell’oro. Un bel giorno, rubate le argenterie della sua chiesa in Cremona, egli fuggì a Mantova, e di là a Venezia ed a Corfù, sciupando in bagordi il ricavo della rapina. Tornato in patria, recossi in Isvizzera, sempre indeciso a farsi mandatario de’ suoi superiori. Finalmente le costoro suggestioni vinsero la titubanza del Farina; la sera del 2 ottobre 1569, mentre S. Carlo, in una cappella posticcia di legno, perchè stavasi riattando l’ordinaria nel palazzo arcivescovile, assisteva co’ famigliari ad alcune orazioni cantate dai musici, l’empio frate presa la mira dall’apertura dell’uscio, sparò contro il Borromeo uno schioppo carico a palla e migliaroli grossi (pernigoni); ma nol ferì, perdendosi il piombo entro le pieghe del rocchetto, con lieve scalfittura soltanto.

Fuggito in Savoja, dove s’arruolò nelle truppe, il Farina venne più tardi scoperto, consegnato, e insieme co’ Proposti suoi complici salì il patibolo nel 2 agosto 1570. L’anno medesimo l’Ordine degli Umiliati fu abolito con breve di papa Pio V, con lieve rammarico del pubblico, irritato dal recente delitto. S. Carlo, oltre i locali di San Calimero e di San Giovanni in Porta Orientale, già avuti sei anni prima (1564), e dati il primo ai Padri Teatini, il secondo trasmutato nel Seminario Maggiore, ottenne dal Papa la chiesa e cenobio di Brera (vi mise i Gesuiti); — Santo Spirito (ne fece il Collegio Elvetico); — la Canonica in Porta Nuova (altro seminario), — e finalmente Santa Sofia lungo il naviglio in Porta Romana. Delle rendite degli Umiliati vennero messi a disposizione di lui 25,000 zecchini imperiali all’anno.

[132]. Intraprese la carriera ecclesiastica, e studiò indefessamente diritto civile e canonico. Appena ordinato sacerdote, il Bescapè, vescovo di Novara, nominollo vicario generale di quella diocesi, ove si distinse col sapere e lo zelo. Di là passò arciprete a Monza, ove nel 1602 fece costruire i due armadj che stanno ai lati dell’altar maggiore in San Giovanni per riporvi le reliquie ed il famoso papiro che contiene il catalogo delle medesime spedito da S. Gregorio papa alla regina Teodolinda. In tale circostanza andò smarrito il papiro, e, se stiamo alla tradizione, esso fu sottratto dallo stesso arciprete Settala. E invero i dottissimi monaci Maurini, Germain e Mabillon, viaggiando in Italia, lo scopersero nel 1638 nel museo della famiglia Settala. Passato molti anni dopo in proprietà del conte di Firmian, il successore di lui, ministro plenipotenziario in Lombardia conte Wilzeck, generosamente lo restituì il 7 settembre 1777 alla Basilica monzese, nel cui tesoro si custodisce. Un’apposita iscrizione, indicando il fatto, dice che fu rinvenuto a caso nel museo Settala; Frisi nelle sue Memorie accenna la perdita del papiro; ma sembra che per riguardi alla famiglia abbia taciuto il nome dell’imputato. Io l’accenno per amore della verità storica. Nel 1618 il Settala passò canonico della cattedrale di Milano e penitenziere maggiore; Federico lo aveva carissimo, e molto se ne servì per comporre le vertenze tra il foro ecclesiastico ed i regj ministri. Agitavasi in quei giorni a Roma la causa della canonizzazione di S. Carlo, ed il Settala fu scelto a pieni voti per recarsi colà quale procuratore arcivescovile. Esiste nel carteggio di Federico buon numero di lettere scritte al Settala durante il soggiorno in Roma, e provano la stima e l’affetto che nutriva per lui. Tornato in patria, fu dal Cardinale, durante la peste, messo alla direzione del lazzaretto ecclesiastico, in cui morì nel 1630. Lasciò da cinquanta manoscritti concernenti casi di morale, di diritto, ec. Se ne può vedere il catalogo nell’Argelati, Biblioteca degli Scrittori Milanesi.

[133]. L’oblato Carlo Rasino fu scelto per direttore spirituale, e vi morì di peste: gli succedette Francesco Volpi, sacerdote esemplare ed uno dei guariti. Nel Lazzaretto, rimasto aperto dai primi di luglio sino alla fine di settembre, ebbero ricovero sessanta appestati, dei quali risanarono soli quattordici. (Rivola, pag. 591.)

Stando ad alcune Memorie manoscritte la Congregazione degli Oblati perdette 27 de’ suoi membri.