Varie importanti notizie, su quanto fecero gli Oblati anche nella Diocesi in questo contagio, rinvenni in uno di quei libri dimenticati nelle biblioteche, ma che riescono molto utili agli studiosi delle cose patrie. Ha per titolo: De origine et progressu Congregationis Oblatorum ab anno congregationis conditæ 1678 ad 1737. M.º 1739. L’autore è un Bartolomeo Rossi, oblato e dottore dall’Ambrosiana, poscia preposto a Cantù, e infine missionario nella Casa di Ro, dove morì circa il 1750. In questo libro, scritto in buon latino, leggesi il fatto seguente:

«Nè fu minore la pietà degli Oblati al di fuori di Milano. Adamo Molteni e G. Battista Bassi, il primo, parroco a Monza, l’altro a Biasca, morirono di peste. Dureranno fatica i posteri a credere ciocchè è confermato da gravissimi documenti, esservi stato alcuno che incontrò con tale rassegnazione la morte, da celebrare a sè medesimo le esequie e scendere vivo ancora nel tumulo. Codesta fermezza d’animo, sto per dire miracolosa, mostrò G. Battista Ro, proposto di Leggiuno, il quale, nel confessare e portare il Viatico ai moribondi, contratta per l’alito la peste, mentre sentiva venirsi meno la vita, discese entro la fossa che aveva fatta scavare per sè. Ivi, dette alcune brevi parole sulla miseria dei beni di questo mondo a’ suoi parrocchiani che in folla lo circondavano tratti dal nuovo spettacolo, adagiando decentemente le sue membra e incrociate le mani sul petto, dolcemente spirò».

[134]. Ripamonti, misterioso sempre, non dice quale fosse codesta chiesa, nè a me fu dato per indagini scoprirla.

[135]. Halitusq: tuos cum ipsius anima et spiritu quam minime consociabis.

[136]. Questa savia disposizione prova sempre più quanto Federico cercasse di ovviare il contatto, sì fatale nelle pestilenze; che se annuì prima alla traslazione del corpo di S. Carlo, bisogna dire vi fosse indotto dal desiderio dei magistrati e di tutta la popolazione, giacchè non è supponibile che ignorasse il pericolo inevitabile di vieppiù spargere il contagio con quell’imprudente funzione.

[137]. Morirono in città 62 curati e 33 coadjutori: nella diocesi infiniti. (Pio della Croce, pag. 62.)

Secondo il Rivola, 64 curati e quasi altrettanti coadjutori.

[138]. La Storia MS. della Peste, vedi l’Introduzione, pag. XXXI.

[139]. Anche questo passo, secondo Verri, fa prova che il Ripamonti, per timidità piuttosto che per persuasione, sostenne l’opinione degli unti malefici.

[140]. Da qui trasse Manzoni l’episodio di Renzo che si pone in salvo sul carro dei monatti.