[141]. Questo Appiani fu uno dei medici che si prestarono con maggior zelo durante il contagio. Uomo di buon senso non credeva alle unzioni (Vedi Appendice I al Libro II). Infermò di peste nel Lazzaretto, ove l’aveva destinato il collegio medico, et rihautosi, si risolse per servire alla sua patria, seguitare l’impresa sino al fine, non ostante che di già il Tribunale gli hauesse assegnato cento scudi al mese. Et non stimando l’interesse ma sibbene il servitio publico, et desideroso di gloria, volse seguitare a servire con la conditione che dopo medicate codeste creature con la debita cautione potesse ancor servire per la città.... ma il capriccio di un Fisico intorbidò ogni cosa, esigendo che habitasse di continuo nel Lazzaretto, cosa che continuando sarebbe in breve stata la sua morte. Laonde si ritirò, ed il Lazzaretto rimase privo de’ medici (Tadino, pag. 103).

La seguente lettera, che il Tadino suo collega ci ha conservata, è importante, perchè espone gli effetti fisici e morali della peste; e tanto più che sono descritti da un medico. La tradussi dal latino, lottando con le anfibologie e le gonfiezze che la rendono qua e là difficilissima.

«Illustrissimo Presidente di Sanità e Collegio, Senatori amplissimi».

«Eccomi uomo nuovo e redivivo, ma sempre vostro servo. Perduta io stesso ogni speranza, pianto dai miei famigliari nella città, e fino ne’ lontani villaggi come morto; tre soli amici con un filo di speme non m’avevano per anco cancellato dal numero dei viventi. Ora vivo e non per me, ma per voi, Illustriss. e Colendiss. Sigg., Congiunti amatissimi, cui sono debitore più assai che dell’esistenza. Ma quanto non ho sofferto! non il solo male, ma le stesse pietose mani dei medici furono crudeli: aperte le vene, mi trassero sangue due volte, m’applicarono quattro vescicanti, i quali coll’acre calore fecero sollevar vesciche dall’intorpidita cute. Ahi strazio! quai fetide e putrefatte ulceri! quale orribile puzzo! Si minacciò perfino il fuoco, e fu adoperato. Questi non pertanto sono lievi dolori, anzi giovevoli; ma oh come atroce ed orrendo fu il male che non si potrebbe meglio qualificare che col proprio nome di peste! Nessun altro più turpe del medesimo che offende il cerebro sede dell’intelletto, tutte le funzioni del quale sono turpemente viziate, illanguidite, travolte. Qual mormorio agli orecchi che rintronavano d’inconditi suoni! gli occhi erano abbagliati da mentiti colori e da vani fulgori: mal fermi paventavano crollassero i vacillanti tetti, e vedevano le pareti tentennare con moto incostante e vertiginoso. Ma più amaro era il sapore che tormentava le fauci con ingrata sensazione. Aggiungevasi per ultima angoscia la sete; e siccome il bere aggravava il male, così erami forza in certo modo sopportarla per non peggiorare. Qual lotta sostenessi contro il grave sopore che opprimeva tutti i sensi, quali sforzi per non addormentarmi e per tener lontano il sonno e l’infame sua sorella la morte, io non ho parole ad esprimerlo adeguatamente. Il cuore, fonte della vita e talamo dell’anima, era da codesto malore intorpidito. Ben egli sforzavasi con tremuli battiti di respingere il mortifero veleno; ma come sottrarvisi se d’ogni parte gli aliti avvelenati concorrevano alla sua ruina? Laonde il cuore, oppresso da tanto peso, vinto da sì nemica forza, illanguidiva, non battendo come avrebbe dovuto pel fuoco febbrile. Il bubone poi quanto più era salutare, tanto riusciva più molesto, e se dava alcuna speranza di guarigione, questa era bilanciata dal dolore presente. Aggiungevasi una penosa spossatezza di tutte le membra e l’impotenza di aver requie che nol concedevano le gambe esulcerate e lo spasimo all’inguine. E qual sollievo io aveva in tanti mali? nessuno. Sì, nessuno, Illustris. Signori, poichè i famigli e gli amici aborrivano il malato e lo fuggivano; laonde nè blandi colloqui, nè veruno di quei conforti che possono ridonare la vita. La speranza, sollievo dolcissimo in tutti i guai che può inspirare anche fallaci gioje, e colle ridenti immagini che ne rappresenta alla fantasia, tempera i mali e appena lascia sentire il dolore, per maggiore mia infelicità, fuggiva lungi da me per rendermi vieppiù misero, stantechè io era intimamente convinto la peste essere mortale. Aveva vedute tante esequie! e tanti spirare sotto la medicatura od anche mentre pigliavano cibo! Le orrende immagini di quei moribondi che mi si paravano innanzi allo sguardo empievano di spavento l’animo mio. Ma basti, che non voglio più a lungo tediarvi con sì molesti discorsi. State sani, e con voi la città tutta».

«Devotiss. Dottor Fisico
G. Battista Appiani».

[142]. I mercanti, a ciò eletti alla presenza dei Commissarj di Sanità, faranno all’interessata ad alla leggittima persona che per esso comparirà pagare le giusta metà del valore in contanti o per quelli che non haueranno chi leggittimamente comparisca si deporanno al Banco di Sant’Ambrogio.

Et questo benefizio del pagar la metà s’intenda solamente per le persone povere non intendendosi compresi i gentiluomini Mercanti ed altre persone comode le quali da tal abbruggiamento non possono ricevere notabile detrimento.

Detti mobili saranno condotti nel Foppone di S. Gregorio, dove fatta la massa s’incammineranno al luogo per tale obbjeto destinato nel Foppone di Porta Comasina.

Niuno per temeraria curiosità ne per malitia osi accostarsi ai carri, ne al luogo dove si fa la stima sotto pena di tre tratti di corda; ne con voci o fatti violare tale attione ne inquietarla sotto pena di cinque anni di galera, nel che si obbligano per li figliuoli li Padri et Madri sotto pena pecuniaria, et corporale ad arbitrio del Tribunale, et si crederà ad un testimonio degno di fede. (Grida 7 Giugno 1630.)

[143]. Il fumo delle robbe infette, come letti, piume, lane, strazzi, portate di notte sopra il stradone di S. Dionigi vicino S. Primo per abbruggiarle fu tanto pestilente et fetido, che entrando nelle finestre delle camere dei Padri Cappucini mentre riposavano, gli contaminò talmente gli spiriti che in puoco spatio di tempo ne morsero cinque. (Tadino, pag. 101-126.)