[173]. Della Tortura, § VII.

[174]. Ripamonti tradusse questo passo dalla famosa descrizione del Boccaccio. Io l’ho ritradotto, adoperando le stesse parole del Certaldese, cui rimando i lettori anche pel seguito del presente capitolo.

[175]. S. Carlo chiama Milano città numerosa di popolo, ristretta di case, piena di povertà, frequente di commerci e di traffichi. (S. Carlo, Memoriale, pag. I, cap. I.)

[176]. S. Carlo ottenne dal Papa questo Giubileo dell’anno santo anche per Milano, ove fu pubblicato solennemente al principio della quaresima. Alla devotione del quale, per conseguire i celesti thesori delle sue indulgenze, concorse tanta moltitudine di gente sì della città e dello Stato, come di fuori di lui, che era uno stupore. Venendo le terre e ville con diuote processioni alle quattro chiese sante Il Domo, S. Lorenzo, S. Ambrogio, S. Simpliciano, in numero di cinquecento, di settecento, e fino di mille anime per volta. E tra le altre, la terra di Monza con bellissimo ordine, con due stendardi et un S. Giovanni in mezo loro, innanzi in numero di ottomila persone vi comparse, facendosi a tutti elemosina del mangiare e bere in alcuni luoghi deputati. Lasso di dire quel che di giorno si faceano di tutte le Parocchie con tanta divotione, che era gran meraviglia, chi in habito de Peregrini, e chi con sacchi, e chi in altri humilissimi vestiti. Per la frequenza grande, temendo i signori conservatori della Sanità, che tra le genti che veniuano a questa divotione, non si mescolasse alcuno delle terre infette o luoghi sospetti, ordinarono che si moderassero queste processioni e si riducessero al numero di dieci o dodici per luogo. (Centorio, pag. 21.)

[177]. Accennerò in breve l’origine e l’andamento di questo contagio. Nel 1575 manifestossi in Svizzera, a Trento, indi a Venezia, Genova e nel Piemonte, in guisa che, circondando d’ogni parte la Lombardia, riusciva quasi impossibile chiudergli il passo. Infatti il 19 marzo 1576, scoppiò a Paruzero, villaggio di 600 anime, lontano due miglia da Arona. Nel luglio la peste manifestossi a Melegnano, poi a Monza causata da una donna che da Mantoa vi haueua portato certi coralli et robbe. Il borgo di San Biagio fu tutto contaminato, e in tre settimane morirono a Monza centocinquanta persone.

Il 3 agosto morirono due di peste nelle cascine di Comino, discoste tre sole miglia dalla città. Il giorno 11 agosto, da queste cassine poscia si diffuse il male nel borgo degli Ortolani, fuori di porta Comasca, separato dalla città, et in numero di sei mila persone, da cui usciuano ogni giorno molte persone d’essercitare diverse arti di Milano, oltre i giardini d’erbaggi, che per publica comodità et uso vi si faceuano, oue ogni dì ne moriuano alcuni che erano giudicati sospetti di peste..... Continuando questo male, saltò fin dentro la città di Milano, et prima nel borgo di S. Sempliciano, come a lui più vicino per la pratica degli ortolani con quei di dentro.... Dilatandosi il male verso S. Marco e fino al Cordusio, e da questa parte nel borgo di Porta Romana, et al Laghetto, luogo ove fa capo la maggior parte delle barche che dal Ticino a Milano portano vini, legne, carboni et altre robbe, et vettovaglie necessarie per il sostentamento della città. Et in Milano proprio si distese a Porta Vercellina e tutte le altre. (Centorio, pag. 7.)

[178]. Il Tribunale di Sanità, del quale si è tanto parlato in questa storia, venne eretto dal Duca Francesco II Sforza l’anno 1534. I disordini avvenuti in Milano nel contagio del 1524, per mancanza di provvedimenti sanitarj, suggerirono l’erezione di questa provvida magistratura. Innanzi Natale, il Duca, e poscia il Senato, eleggevano i membri d’esso Tribunale: Due medici collegiati col titolo di Conservatori, — il presidente, che era sempre un senatore, — tre commissari, — uno scrittore, — un chirurgo, — due uffiziali di Sanità, o apparitori, — un portiere, — un registratore dei morti, — custodi dei lazzaretti di spurgo. — In tempo di peste il Tribunale di Sanità aveva estesissimi poteri.

[179]. Al quale la città di Milano deve alzare una statua di marmo, e ponerla ad eterna memoria nella piazza pubblica, in segno della gran sollecitudine, prudenza e cura ch’egli ebbe della sua patria e della integrità che in lui sempre si vide, per la quale eternamente egli vivrà immortale. (Centorio, pag. 336.)

[180]. L’isolamento in cui ciascuno procurava di vivere per non contrarre la peste, e l’aver i nobili, i manifattori ed i bottegaj, per economia, licenziato un gran numero di servi e di operaj, i quali vivevano del guadagno giornaliero, accrebbe a dismisura la mendicità. Onde in poco spazio di tempo si ritrovò in Milano un numero grandissimo di persone dell’uno e dell’altro sesso ridotte ad estremo bisogno; conciossiachè non trovavano i meschini nella città ricetto alcuno, e fuori uscire non potevano per essere Milano bandito e guardato intorno da ogni parte dalle vicine terre, acciocchè nessuno n’uscisse. Non sapendo i poverelli che partito prendere, ispirati da Dio, si congregarono insieme, e unitamente andarono dal Cardinale come a padre comune, acciò egli prendesse la loro cura...... Restò tutto commosso il pio Pastore a vedersi innanzi tanta moltitudine di poveri, e come che fossero stati suoi cari figliuoli, li accolse, promettendo che sariano certamente soccorsi e provvisti.... Ne applicò alcuni per soldati a far le guardie, altri al servizio degli appestati, altri a purgar panni sospetti di peste. Il resto, che giudicò inabili a simili uffizi, in numero di tre a quattrocento, dopo averli trattenuti sotto i portici della chiesa di S. Stefano in Broglio alcuni giorni, li mandò fuori di Milano circa otto miglia, a un luogo detto la Vittoria, nella strada di Melegnano, ov’è un gran casamento in forma di palazzo, che fu fabbricato da Francesco re di Francia, in memoria della vittoria ch’egli riportò in quel luogo istesso dell’esercito de’ Svizzeri, ritenendo per questa causa il detto luogo il nome di Vittoria. Li ridusse adunque tutti in quest’albergo, provvedendo loro delle cose bisognevoli e per il vivere e per il buon governo spirituale.... Li visitava egli stesso qualche volta, e n’aveva quella maggior cura che poteva. (Giussani, Vita di S. Carlo, Libro IV, cap. IIII.)

[181]. Majestatem quoque regis ære alieno pene esse demersam.