[182]. I magistrati non volevano permettere le processioni per timore che, atteso il concorso, si dilatasse la peste. Ma S. Carlo, spinto da zelo eccessivo forse, ma condonabile per la rettitudine dell’intenzione, insistè e ne fece tre solenni nei giorni 3, 5 e 6 ottobre, andando a visitare le chiese di Sant’Ambrogio, San Lorenzo e San Celso; nelle prime due portò un crocifisso, nell’ultima il Santo Chiodo. La seguente settimana, l’infaticabile Pastore diede principio ad un’altra processione più lunga e faticosa assai delle prime, con la quale circondò tutta la città, portando egli in mano il Santissimo Chiodo entro quella gran croce ch’aveva fatto fare a posta, camminando a piedi scalzi, con l’abito e funi al collo, accompagnato da tutto il clero e popolo. Fece in quel giorno una fatica incredibile, camminando digiuno quasi fino a notte.
Per le minute particolarità, rimando il lettore al citato Giussani. (Lib. IV, cap. IIII.)
[183]. Presso Casalpusterlengo.
[184]. Essendo il precedente capitolo lungo fuor di misura, lo suddivisi in tre, giovando alla chiarezza ed al riposo de’ leggitori le divisioni inerenti alla stessa narrazione.
[185]. Spatiumque capere illud, unde pars nulla versa tantæ civitatis in mortem tabemve et pericula mortis excluderetur.
[186]. Il Giussani dice che le fosse erano alte quasi come bastioni.
[187]. S. Carlo racconta il caso seguente ivi accaduto:
«Era uno appestato riputato morto, e per tale portato con gli altri morti alla porta di dietro di S. Gregorio, per doversi poi portare a seppellire in quel cimiterio.... Stava dunque questo poverello fra un mucchio di 50 o 100 corpi d’uomini morti nella notte precedente, per dover essere anch’esso, come morto, sepolto fra poco con loro, ed era ancora vivo, o in mezzo tra la morte e la vita. Quando la mattina per tempo, il sacerdote ch’aveva cura degli appestati di S. Gregorio, portando, secondo il solito, il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia a’ suoi malati, passò davanti a quella porta, ch’era allora aperta, ed ecco in un subito quest’uomo, rizzatosi inginocchione framezzo a questi morti, e, tutto pieno d’ardente desiderio di non restar privo di quel santissimo viatico nel suo transito già vicino, rivoltosi al sacerdote, con voce piena d’affetto, degna d’ogni compassione, gli disse: Ah padre, per amor di Dio, a me ancora il Santo Sacramento. Poco più potè parlare, ma questo bastò per significare il suo desiderio, e il bisogno alla carità di quel sacerdote, che subito andò a consolarlo, ministrandogli il Santissimo Sacramento. Ed egli, ricevutolo con grandissimo affetto e riverenza, tornò subito a collocarsi nell’istesso luogo, e passò di questa vita prima che vi fosse quasi tempo di ridurlo al luogo dei vivi». (Memoriale, pag. 11, cap. III.)
[188]. S. Carlo, paragonando Milano all’albero descritto dal profeta Daniele, e che simboleggiava il castigo ed il perdono di Nabucco, descrive altresì l’aspetto della città durante la peste.
«O città di Milano, la tua grandezza s’alzava sino ai cieli, le ricchezze tue si stendevano sino ai confini dell’universo mondo; gli uomini, gli animali, gli uccelli vivevano e si nutrivano della tua abbondanza! Concorrevano qui da ogni parte persone basse a sostentarsi nei sudori suoi sotto l’ombra tua; convenivano nobili ed illustri ad abitare nelle tue case, a goder delle tue comodità, e a far nido e stanza ne’ tuoi siti. Ecco che in un tratto dal cielo viene la pestilenza, ch’è la mano di Dio, ed in un tratto fu abbassata a tuo dispetto la tua superbia. Sei fatta in un subito dispregio agli occhi del mondo, sei ristretta dentro de’ tuoi muri: son rinchiuse nei tuoi confini le tue mercanzie, le tue abbondanze, i tuoi traffichi. Non era più chi venisse ad abitar teco, a nutrirsi de’ tuoi frutti, a provvedersi nei bisogni delle tue mercanzie, a vestirsi de’ tuoi panni, a riposar nei tuoi letti, a godere delle tue comodità, nemmeno a ornarsi delle tue invenzioni di nuove foggie, nè a pigliar da te il modo di nuove pompe.