«Fuggivano i grandi, fuggivano i bassi, ti abbandonarono allora tanti nobili e plebei.

«Chi non fuggiva, spesse volte era dal male o dai sospetti del male ridotto nelle angustie del Lazzaretto, o fuori delle mura della città, ad abitare in quelle piccole capanne con riputarsi gran ventura di avere pur paglia che lo coprisse, ed altrettanta che gli facesse il letto, che già era consumata tutta per molte miglia attorno di paese. E però bene spesso gli faceva letto la terra dura, e talvolta l’acqua o il ghiaccio. Così era la tua abitazione, in buona parte ridotta al sereno, esposta alla rugiada del cielo, posta in mezzo alle campagne, nei campi, nei luoghi ove si pascono gli animali e le fiere della terra; ed ivi eri custodita dalle guardie ed arme de’ soldati, perchè non uscissi di quei confini; che più? (è cosa da dire e da ricordarsi perpetuamente per tener memoria sempre della grazia ricevuta) restarono solitarie le contrade, le case, le piazze, le chiese, chiuse le botteghe affatto.

«Tu Milano, affamato, angustiato e bisognoso di esser continuamente soccorso per vivere dalle città, dai castelli e dalle povere ville d’ogni intorno, restasti come fuor di te stupido, incantato; così in quei principj specialmente abbassò l’ira divina in un tratto tutte le tue grandezze».

«O figliuoli, quando andavamo per quei campi, per le capanne, pei lazzaretti, per le case e contrade infette, e vedevamo in ogni parte corpi morti, uomini e donne che stavano morendo, altri così gravemente infermi, ch’erano poco dissimili di faccia e di forze dai morti, chi dava grido pei dolori che lo affliggevano, chi si lamentava per la fame, chi dimandava i medici o barbieri, chi era spaventato dalla morte vicina, chi desiderava la sepoltura dei figliuoli. Pareva che ogni cosa fosse piena di desolazione e di disperazione, e che fossimo abbandonati da Dio, e che sebbene era grande quella calamità, fossero nondimeno molto maggiori anco le afflizioni e ruine che fossero per venirci appresso». (Memoriale, cap. I.)

[189]. Oltre al Boniperti si distinse Cesare Rincio. Chi amasse sapere i nomi dei medici deputati nelle varie porte, li troverà nel Centorio, p. 322. Erano 33, fra i quali il giovane Lodovico Settala, salito dappoi a tanta celebrità.

[190]. Nel secolo XVI Giovan Francesco Rabbia, nobile milanese, fondò l’istituto di Santa Corona per far curare i poveri malati nelle loro abitazioni e distribuire le medicine. Destinò per la farmacia ed altri ufficj la sua casa vicina a San Sepolcro; aveva sull’ingresso una lapide colla seguente iscrizione in latino.

A CRISTO REDENTORE
LA SOCIETÀ DEDICATA CON SACRO NOME
ALLA SANTA CORONA DI LUI
QUI
AI POVERI E SPECIALMENTE AI MALATI
GLI OPPORTUNI SOCCORSI
LIBERALMENTE LARGISCE.

Questo Istituto, insieme con altri, venne, nel secolo passato, riunito all’Ospital Maggiore, e sussiste anche in oggi, come è noto.

[191]. Il 15 ottobre 1576.

[192]. Fra questi ricchi elemosinarj furono principali li due fratelli Cusani, Pomponio ed Agostino, essendo poi quest’ultimo, dopo la morte di S. Carlo, stato promosso al cardinalato da Sisto V. (Giussani, Lib. IV, cap. V.)