[200]. Fa d’uopo avvertire che il Ripamonti parla sempre di lire imperiali, moneta nominale, e il cui valore subì grandi alterazioni dal 1200 fino a Maria Teresa, che introdusse la nuova monetazione. Nel 1576 la lira suddetta equivaleva a lire due milanesi, ossia franchi 1,44. Nel 1630 era decaduta in ragione di milanesi lir. 1.15.6. ossia franchi 1,36. Riuscirà facile con questi dati fare il ragguaglio di tutte le somme citate dal Ripamonti. Il zecchino d’oro nel 1630 valeva circa lire 11 milanesi, cioè franchi 8,47.
[201]. Che erano circa 800 brente, condotte a sue spese fino ai confini, il 23 novembre 1576. (Centorio, pag. 191.)
[202]. Da Castra Majora, secondo alcuni antiquarj.
[203]. Grida 5 gennajo 1577, con altra del 28 gli fu levata questa facoltà, perchè forse ne abusò. Vedi la nota precedente, pag. 316.
[204]. Trovando che quel sacerdote ch’egli pose fin da principio alla cura del Lazzaretto, era passato a miglior vita per non aver stimato il pericolo d’infettarsi, conciossiacosachè fin la prima notte si mise a dormire pazzamente nel letto d’un appestato, ne fece immantinente venire un altro dai paesi istessi de’ Svizzeri; avendo anche messo per governo nel medesimo lazzaretto un padre cappuccino, zelantissimo, e uomo di molto valore, chiamato fra Paolo Belintano da Salò nel lago di Garda, per ovviare ai disordini che vi potessero nascere, con podestà di far dare la corda ed altri castighi a chi li meritava. Il qual padre vi fece opere stupende, e tenne in gran timore tutta quella moltitudine di gente, astringendo ognuno a soddisfare interamente al proprio carico così quelli che curavano il luogo, come chi serviva agli infermi. (Giussani, lib. IV, cap. 6.)
[205]. Fra Paolo faceva frustare uomini e donne, alle volte dar della corda, non che prometterla, e dava loro delle altre penitenze destramente e piacevolmente. (Bugato, pag. 51.)
[206]. Venendo poi il verno, non trovandosi provvisione alcuna per vestirli e difenderli dal freddo, non patendo il pietoso padre di vederli patire, ne sapendo che in modo provvedere di vestimenti a tanta moltitudine, gli venne in mente un buon partito, che fu di pigliare tutti i panni di sua casa, e tagliarli in tanti vestiti.... Fece dunque spogliare la guardaroba e tutte le stanze del suo palazzo di quanti drappi v’erano.... e convertire in vestimenti de’ poveri: li fece fare di diverse forme col cappuccio attaccato, acciò servissero a tutti eziandio per cappello. Nella qual occasione furono misurati ottocento braccia di panno rosso, e settecento di pavonazzo, oltre i drappi verdi e d’altri colori.... Et era cosa molto graziosa a vedere tanta moltitudine di poveri, vestiti variamente parte di rosso, parte di pavonazzo, parte di verde, e altri d’altri colori, come se fossero stati un esercito di soldati di diverse livree e insegne. (Giussani, Vita di S. Carlo, Libro IV, cap. IIII.)
[207]. Alla narrazione della Peste del 1576, aggiungerò, che a quei giorni si credette agli Untori. In una grida del 12 settembre 1576 trovasi: Essendo venuto a notizia del governatore che alcune persone con poco zelo di carità e per mettere terrore e spavento al popolo, ed agli abitatori di questa città di Milano, e per eccitarli a qualche tumulto, vanno ungendo con onti, che dicono pestiferi e contagiosi, le porte e i catenacci delle case e le cantonate delle contrade di detta città e altri luoghi dello Stato, sotto pretesto di portare la peste al privato ed al pubblico, dal che risultano molti inconvenienti, e non poca alterazione tra le genti, maggiormente a quei che facilmente si persuadono a credere tali cose.... Fa intendere a ciascuno che nel termine di quaranta giorni metterà in chiaro la persona o persone che hanno dato il mandato ajutato, o saputo di tale INSOLENZA, se gli daranno cinquecento scudi, e possa liberare due Banditi.
La parola insolenza addita che gli unti ritenevansi piuttosto una braveria che un delitto meditato. Per fortuna in breve non vi si pensò più. Dopo la grida, dice il Centorio, più non si sentì tal cosa, mentre invece, nel 1630, la stessa credenza riprodottasi con maggior forza e in circostanze diverse, produsse tanto danno.
[208]. Il Monti venne eletto arcivescovo di Milano il 28 novembre 1632, da Urbano VIII. Giovinetto andò a Roma, ove, entrato in prelatura, fu nominato protonotario apostolico da Paolo V, che sorpassò l’età pel distinto suo ingegno. Gregorio XII l’aveva carissimo: Urbano VIII lo mandò suo Nunzio a Napoli, poi a Madrid, dove trovavasi all’epoca della sua elezione. Reduce da Roma, ebbe il cappello cardinalizio col titolo di Santa Maria in Transtevere. Soltanto nel maggio 1635 potè venire a Milano, ove fu accolto con grande esultanza dai concittadini. Seguendo le vestigia dei Borromei, visitò la Diocesi, e attese a continuare la riforma del clero, celebrando nel 1636 il trentesimo secondo Sinodo Diocesano, e due altri nel 1640. Fondò a Concesa un convento di Carmelitani Scalzi. Fece ultimare il cortile del Seminario di Milano, e trasferì a Monza nel 1644, entro il locale in cui trovasi oggidì l’ospitale, il Seminario che S. Carlo aveva fondato sotto la direzione degli Oblati a Santa Maria alla Noce. L’edificio era meschino, e venne in gran parte rifabbricato l’anno 1687; nel 1755 si innalzò un altro lato, spendendovi 115,000 lire. Nel 1768 soppressi, per ordine sovrano, i Seminarj vescovili e concentrati nel Seminario generale a Pavia, quello di Monza subì la medesima sorte, e fu convertito in ospitale. Riaperti i Seminarj nel 1791, quello di Monza si traslocò nell’ex convento dei Cappuccini sulla piazza del Mercato, ove trovasi anche oggidì. Soltanto nel 1822 riedificossi la facciata, con disegno dell’architetto Gilardoni, e furono spese lir. 100,000; infine nel 1832 si diede mano al magnifico cortile, opera del valente architetto Giacomo Moraglia, e fu di già spesa la ingente somma di lire 544,000. Si spera di vedere tra non molti anni ridotto a termine questo Seminario, che attesterà ai nipoti i talenti architettonici del Moraglia, e la splendidezza di chi ne intraprese la ricostruzione.