D. Francesco de Padilla, governatore del castello di Milano nel 1630, era un vecchio, religioso, altiero, esatto ne’ proprj doveri fino alla pedanteria; un vero tipo dei cavalieri spagnuoli, inimicissimo di Francesi, Veneziani e di gente forastiera come il diavolo con la croce. Appartenente ad una delle nobilissime famiglie di Spagna, non gli mancavano al certo protettori, dacchè i Padilla coprivano le più cospicue cariche: troviamo un Sancio Padilla, governatore del castello di Milano, il quale resse lo Stato provvisoriamente dal 1580 al 1583, dalla morte cioè del marchese d’Ayamonte alla venuta del duca di Terranova; e un Martino, che era Adelantado Mayor di Castiglia.

Entrato da giovine nella carriera militare, fu nominato cavaliere di San Jago nel 1583 da Filippo II, que està en el Cielo! Nel 1590 venne eletto capitano nel presidio del nostro castello. Sul principio del secolo passò a guerreggiare in Francia, e ne buscò onori e pensioni non poche. Nel 1609 fu eletto membro del Consiglio Segreto a Milano e capitano generale dell’artiglieria dello Stato di Milano, e finalmente il re, con decreto dato dall’Escuriale il 29 agosto 1620, le hace merced del cargo de Castillano de Milan.

Durante l’assenza dello Spinola sotto Casale, era vice governatore dell’armi, e grande fiducia avevasi in lui, dacchè appunto nel 1630 haueva sotto la sua custodia in castello circa doi miglioni de’ reali da otto, et di pasta d’argento tali quali vengono dalle Indie. Detto tesoro staua sotto tre chiavi una de’ quali l’hauesse a tenere il sig. Castellano, l’altra il Presidente del Magistrato e la terza il Tesoriere generale.

Scrupolosissimo de’ proprj doveri, scoppiata la peste, custodì il castello con tutta diligenza, chiudendo la porta verso la città, e mettendo guardie a quella del soccorso. Niuno entrava od usciva senza bolletta e saputa di lui, che assisteua in persona benchè piovesse et facesse qualsivoglia mal tempo: e così mentre lui visse non successero in castello doi casi dechiarati di peste. Ed era savio e necessario rigore: infatti la mattina o sera seguente alla sua morte, il signor Tenente fece aprire la porta che viene alla città, et serrar quella del soccorso, et allargò la mano nel lasciar uscire li soldati; sicchè fu portata la peste in castello, in modo che ne morsero più de’ quaranta, o quarantacinque persone.

D. Francesco aveva varj figli ed uno di nome Giovanni, che sfuggì all’obblio per essere stato accusato qual capo degli Untori.

D. Giovanni Padilla, soldato come il padre, fu nominato nel 1620 capitano d’infanteria, passò in seguito in cavalleria, avendogli il duca di Feria data a comandare una compagnia di lance, e si trovava coll’esercito sotto Casale all’epoca della peste. Bello della persona, esperto cavallerizzo e schermitore valoroso, il Padilla era bizzarro et peccava piutosto di troppa bravura che di poltroneria. Il giorno di S. Giovanni venne alle mani con alcuni francesi che erano sortiti di Casale, et andò a risigo di restar prigione perchè l’afferrorono in un braccio, ma se li ruppe la manica sicchè si liberò; avendo date molte coltellate all’inimici seguitandoli fino al castello.

Il nostro valoroso, che metteva a repentaglio così spensieratamente la vita, era ben lungi dall’immaginare che il Senato avesse emanato un ordine d’arresto contro di lui come capo degli Untori.

Il Processo frattanto andava per le spiccie, e uscì la fulminante sentenza del 27 luglio. A tale annunzio il castellano tremò per suo figlio. Hauendo inteso che per giustizia si doveva far morire un certo Barbiero et un certo commissario della Sanità e che la detentione del signor D. Giovanni suo figliuolo era causata perchè questi lo hauessero aggravato in cosa toccante la riputazione, ordinò al suo luogotenente, D. Francesco di Bargas che, insieme col segretario Diego Patigna, andasse dal presidente della Sanità, Monti, per pregarlo a far sospendere l’esecuzione della sentenza, finchè detti tali s’hauessero potuto confrontare con detto signor D. Giovanni per giustificare la causa; altrimenti per tutto quello che poteva occorrere per alcun tempo a venire li protestava l’ingiustizia. Andarono i due il dopo pranzo del 31 luglio, e trovarono il Monti in casa sua in una sala abasso. Il quale subito si retirò in studio, et gli feci l’imbasciata. Rispose che non era lui il giudice della causa, ma che toccava al Senato, et però ne douessi parlare al signor Presidente.

Il quale, udita che ebbe l’inchiesta del castellano, diede per risposta che l’esecutione della sentenza non si poteva soprasedere, se non per ordine del patrone supremo o dal signor Governatore perchè il popolo reclamava[120]. Ma, soggiunse, che il detto de’ due vigliacchi non poteua macchiare la reputazione d’un cavagliere della qualità del signor D. Giovanni, et che però Sua Signoria Illustrissima non si douesse pigliar fastidio.

Però il vecchio e altiero spagnuolo, prevedendo le conseguenze del rifiuto, se ne pigliò invece grandissimo fastidio. Restò mortificato; la qual mortificazione fu tale che fra pochi giorni se ne morse.