Tanta perdita di gente recò gravissimo danno all’agricoltura, al commercio, alle arti, e lasciò nei superstiti alla catastrofe e nei loro discendenti un profondo sentimento di terrore. Di ciò fa prova il più volte citato registro, nel quale dal 1630 s’incominciò a porre le iniziali S. S. P., ovvero S. P. S., sine suspicione pestis — sine pestis suspicione, segnatura d’ordine, che trovasi continuata per un secolo e mezzo, cioè fino al 1780.

«Per tutto il passato secolo (dice Verri)[173] risentì questo infelicissimo stato la enorme scossa di quella pestilenza. Le campagne mancarono di agricoltori; le arti e i mestieri si annientarono; e fors’anche al giorno d’oggi abbiamo dei terreni incolti, che prima di quell’esterminio fruttavano a coltura. Si avvilì il restante del popolo nella desolazione in cui giacque; poco rimase delle antiche ricchezze, e non si citerà una casa fabbricata per cinquant’anni dopo la pestilenza, che non sia meschina. I nobili s’inselvatichirono; ciascuno, vivendo in una società molto angusta di parenti, si risguardò come isolato nella sua patria; e non si ripigliarono i costumi sociali, che erano tanto splendidi e giocondi prima di tale sciagura, se non appena al principio del secolo presente.

Francesco Cusani

FINE DEL LIBRO QUARTO.

LIBRO QUINTO CONFRONTO DELLA PESTE DEL 1630 CON ALTRE, E SPECIALMENTE CON QUELLA DEL 1576.

PROEMIO AL LIBRO QUINTO

Col Libro Quinto il Ripamonti dà termine alla Storia della Peste del 1630. Io cercai illustrarla per quanto mi concedeva l’ingegno e l’angustia del tempo; ed ora rendo pubbliche grazie a miei concittadini, che accolsero con vero favore quest’opera ai medesimi dedicata e in uno ai molti i quali mi furono cortesi di documenti e notizie.

Le ricerche negli archivj e biblioteche, sì pubbliche che private, le minuziose indagini per verificare fatti o date controverse, l’esame dei monumenti, iscrizioni e di quant’altro ricorda fra noi la pestilenza del 1630, sono per sè tali che esigono fatica e perseveranza non poco. Se quindi, malgrado la scrupolosa diligenza usata, incorsi in ommissioni e inesattezze, mi verranno, spero, condonate da chi conosce le molte difficoltà, inseparabili in lavori storici di simil genere.

Siami però concesso, data l’opportunità, di scolparmi d’una inesattezza che a torto mi venne rimproverata. Il signor Alfonso Frisiani nell’Appendice della Gazzetta Privilegiata di Milano del 25 gennajo, parlando del mio lavoro sul Ripamonti in modo per me lusinghiero, soggiunge:

«Noteremo soltanto al Cusani che il Lazzaretto di Milano da lui attribuito, secondo la comune opinione, a Bramante da Urbino (vedi pag. 18, nota 2.ª) lo è invece di Lazzaro Palazzi, siccome abbiamo scoperto e pubblicato in questa Gazzetta al n.º 13».