Il signor Frisiani annunziò d’aver rinvenuto nell’archivio del nostro Ospitale Civico documenti comprovanti che l’autore del Lazzaretto fu un Lazzaro de’ Palazzi, ingegnere architetto, ed io, lungi dal negare questa scoperta, che rivendica al vero autore di quel grandioso edificio la gloria d’averlo innalzato, me ne rallegro con lui. Ma come era possibile, senz’esser indovino, ch’io me ne giovassi nella citata nota del Libro Primo, pubblicato nell’ottobre 1841, mentre il Frisiani annunziò la sua scoperta il 13 gennajo 1842? Di ciò non avrei fatta parola se parecchi amici miei, studiosi delle cose patrie, non m’avessero tenuto discorso di quella supposta inesattezza.
Il Libro Quinto del Ripamonti può chiamarsi un’aggiunta alla sua storia, altro non essendo che un confronto del contagio del 1630 con altri. Nei primi tre capitoli, sfoggiando erudizione, com’era usanza de’ secentisti, il nostro autore compendia e traduce nel suo maestoso latino Tucidide ed il Boccaccio, le cui descrizioni della peste di Atene e di Firenze rimangono modelli di storica eloquenza. Poscia, tacendo, per buona fortuna! delle moltissime pestilenze che afflissero l’Italia e la Lombardia negli antecedenti secoli, viene a descrivere quella del 1576, detta comunemente di S. Carlo, e ne racconta i casi.
Ora intendendo io d’illustrare anche quest’ultimo Libro con note desunte specialmente dagli scrittori contemporanei, trovo necessario dire in breve dei più importanti tra questi, inserendo qui un altro brano del mio Ragionamento sui principali Storici e Cronisti milanesi.
Ascanio Centorio, Commendatore di San Giacomo di Compostella, raccolse e pubblicò in Venezia pel Giolito 1579 I cinque Libri degli Avvertimenti, Ordini, Gride, Editti, Fatti, osservati in Milano ne’ tempi sospettosi della peste negli anni 1576, 1577.
È un volume in 4.º di 450 pagine, dedicato a Gerolamo Monti Senatore e Presidente della Sanità, avo di quello che vedremo figurare nelle stesse magistrature durante la successiva peste del 1630. Il Monti accettò la dedica, lodando molto il Centorio, ed anche d’aver scritto in lingua volgare, perchè gli ordini possino essere meglio intesi da ognuno.
Questo è il libro più completo ed importante circa la peste del 1576, e per essere d’un contemporaneo che lo pubblicò subito dopo, e per la copia delle notizie, e giacchè contenendo gli editti, ordini, ec., risparmia la fatica, non di rado inutile, di andarle a pescare nei gridarj quasi tutti incompleti. L’esposizione e lo stile si risentono dei difetti del secolo; ma almeno trovasi l’ordine, chè il Centorio seguì passo passo l’andamento del contagio.
Il Padre Bugato, Dominicano a Sant’Eustorgio, diede in luce nel 1578 un libricciuolo di 60 pagine, intitolato: I fatti di Milano al contrasto della peste, over pestifero contagio dal 1 agosto 1576 all’ultimo dell’anno 1577. L’editore lo dedicò al cavaliere Gabrio Serbelloni, il quale, sendo luogotenente del governatore d’Ayamonte, adoperossi, benchè vecchio, con gran zelo in quella calamità a vantaggio della patria. Quest’operetta serve di raffronto, e nulla più, attesa la brevità sua.
Un Filippo Besta, procuratore milanese, raccolse e pubblicò la Vera Narrazione del successo della peste che afflisse l’inclita città di Milano l’anno 1576. Libretto di 140 pagine, dedicato a S. E. il Gran Cancelliere Ferrer. È di niun uso allo storico, perchè semplice compendio del Centorio, e perchè pubblicato mezzo secolo dopo l’epoca di cui tratta, cioè nel maggio 1630, quando, crescendo la pestilenza, si ristamparono molti opuscoli, ordini, discipline, ec., riguardanti il contagio del 1576, sia per ordine dell’autorità, sia per speculazioni private.
Molte rilevanti notizie si raccolgono dal Giussani, dal Bescapè, e dagli altri biografi di S. Carlo, il quale a tutti è noto con che zelo s’adoperò a mitigare pel suo gregge quel flagello. Nel 1579 egli diede in luce per Michele Zini, stampatore del Seminario, il Memoriale di Mons. Ill.mo et Rev.mo Cardinale di Santa Prassede, Arcivescovo, al suo diletto popolo della città et diocesi di Milano. Volumetto in 24º di pagine 500, preziosissimo per quanto risguarda il clero durante il contagio, e per l’unzione cristiana del santo arcivescovo che lo compose a vantaggio spirituale del suo popolo.