Il Memoriale di S. Carlo, unitamente alle pastorali regole, ec., da lui dirette al clero in occasione del contagio, si trovano raccolte negli Atti della Chiesa Milanese, Parte VII.
Potrei aggiungere molti altri Libri, ma essendo questi d’importanza secondaria, sarebbe un dilungarmi con superfluo e vanitoso sfoggio di bibliografica erudizione.
È mio intendimento di non apporre numerose note a questo Libro V, perchè il racconto del Ripamonti è per sè stesso di già abbastanza minuzioso, e perchè, a dirla francamente, la peste del 1576 fu in realtà assai meno terribile e disastrosa di quello che ne suoni la fama tra noi.
Ho già avvertito nella mia Introduzione che in Milano, per tradizione popolare, si conservò memoria unicamente della peste del 1576, facendone una sola con quella senza confronto più micidiale che le succedette, soltanto per la memoria di S. Carlo. A vieppiù comprovarlo, ora soggiungo che venne dimenticata altresì la pestilenza del 1524, avvenuta 52 anni prima, come per bizzarra coincidenza, avvenne 52 anni dopo quella del 1629-30.
L’obblio in cui caddero queste due grandi calamità è invero strano qualora si rifletta alle stragi ed ai danni gravissimi che ne soffrì la nostra patria. Non sarà quindi inopportuno e discaro ai lettori di qui ricordare brevemente il contagio del 1524.
Fervente la guerra tra Carlo V e Francesco I, i quali disputavansi il ducato di Milano, vivo ancora l’infelice Francesco II, ultimo degli Sforza, l’ammiraglio francese Bonnivet, sceso dalle Alpi, strinse d’assedio Milano nel settembre 1523: ma dopo otto settimane, costretto dalla pioggia e dalla neve a levare il campo, si ricoverò a quartieri d’inverno in Rosate, ed Abbiategrasso.
La vicinanza di quel corpo nemico e la molestia che recava intercettando i trasporti di viveri e provvisioni, che dal naviglio passando per Abbiategrasso giungono alla capitale, indusse il Duca a sloggiarlo. Nell’aprile, messosi egli alla testa di una squadra scelta di Milanesi s’impadronì per assalto di quel borgo. Funesta vittoria! perocchè, avendo gli stenti e la miseria generata la peste tra i Francesi, i nostri, nel saccheggio, la contrassero e la portarono, tornando col ricco bottino.
Apichata, dice il cronista Grumello, fu la peste crudelissima in epsa città per le robe amorbate d’epso castello portate in dicta cittate: E un altro cronista, il pizzicagnolo Burigozzo, ingenuo raccontatore di quanto vedeva: El povero Milano infettato de pestilentia comenzò a far de mal in pezzo... al giugno tanta mortalità e piccoli, e grandi, che quaxi per Milano non era come nessuno, perche li sani fuggivano, et li amalati non se potevano movere... El qual mese di luglio (1524) fu tanto crudele che veramente non saria possibile poter narrare la crudelità, et la mortalità grande che fu, donde era più sicuro a star a casa che andar in volta: et non se vedeva se non gente con campanini in mane, se non carri de ammalati; non vi era officio, ne campana che sonasse se non da corpo. In domo non li erano ordenarj, ne offizii al solito ma doy o tre preti li quali cantavano alla meglio che potevano. El mese de augusto sino al mezzo lavorò anche lui, donde el dir seria troppo, ma al veder delli cimiterj delle giexe era una paura.
Questo contagio, che secondo la energica frase del Senatore Monti, nella sua Lettera in risposta alla Dedica del Centorio, venne come una impetuosa onda, la quale, in poco spazio di tempo, inondò il paese e diede infinito guasto, durò tre mesi, dal giugno all’agosto 1524. Grande a que’ giorni fu la mortalità in Milano fiorente di popolo. Il Burigozzo: Non credo che mai fusse simile pestilentia et fu detto della morte di cento millia persone et così credo.