Uno scrittore, per l’età in cui visse e per la lingua che usò, non paragonabile agli accennati, ma il quale trasse favole dal vero, ovvero insegnò a raccontare favole; maestro ed artefice del linguaggio volgare italiano, che da lui acquistò eleganza e leggiadria, narrò la peste della sua patria.

Egli, faceto e scherzoso favellatore, descrivendo, coll’arte imparata da sommi storici, l’eccidio di Firenze, desta meraviglia del suo ingegno e pietà di tanta strage.

I letterati rileggeranno mai sempre la peste del Boccaccio, e i critici più austeri essi pure non si sazieranno dall’ammirare quell’esempio delle umane vicissitudini.

Gli atroci, turpi e miserandi esempi che la pestilenza mostrò negli umani corpi nella mia patria, eguagliarono gli antichi o forse li superarono. E se non fossero esposti con minore ingegno, offrirebbero in queste carte spettacolo più imponente e più orrendo.

Ma ponendo fine ormai alle lagrime, alle miserie, ai flebili lamenti di Milano, io mi proverò a temperare il sin qui mesto e lugubre racconto con qualche vivezza, paragonando ciò che vide e sofferse l’età nostra coi fatti che i citati scrittori ordinarono con pompa, direi teatrale. Piacevole riuscirà un tale raffronto, ricreando l’animo e colla varietà dei casi, e col trascorrere dai tempi antichi agli odierni, dai nostri mali a quelli d’estranee genti.

E siccome la città nostra risorge quasi da stipite più florida dopo l’eccidio, e i cittadini riedono ai prischi sollazzi, deggio anch’io far sì che venga raddolcita l’amara ricordanza della strage col raffrontarla ad altre di straniere contrade.

II. Confronto della pestilenza di Milano coll’antichissima degli Ateniesi.

Se non fosse sconvenevole l’usare comici detti in argomenti tragici, non troverei più simile il latte al latte, l’uovo all’uovo, che il milanese contagio all’antichissima pestilenza d’Atene descritta da Tucidide. Il germogliare, i primi passi e le cause d’entrambi i contagi si rassomigliarono: l’indole stessa del morbo, le traccie che lasciava procedendo, i terrori, le ruine, le stragi, i sospetti, i portenti, in breve il cumulo di tutte le calamità della peste di Milano, in nulla differirono dalla ateniese: sia che il caso abbia prodotto effetti identici, sia che esista per le umane cose una certa legge che riproduce ad intervalli di secoli le vicende medesime.

La peste che trasse quasi all’estrema ruina Atene, città famosa per tante varietà di vicende, la minacciò in prima da lungi; poi da Lenno ed altri luoghi più e più avvicinandosi s’introdusse fra le sue mura e tutta l’invase. Il pensiero d’essere rimasti indolenti, malgrado i fatti che avrebbero dovuto suggerir cautele contro il morbo, esacerbava i dolori de’ moribondi e dei superstiti. Così avvenne tra noi, e taluno direbbe che la peste cospirò con eguali mezzi all’eccidio di due illustri città in Grecia e in Italia.

Anche il nostro contagio incominciò a desolare lontane genti, poscia, avvicinandosi alle frontiere, invase lo Stato e da ultimo la capitale con siffatto impeto, che pareva dovessero sopravvivere soltanto gli edifizj e il nome di essa. Sì l’antica peste d’Atene che la recentissima di Milano, lasciarono vestigia simili nel loro passaggio e nelle altre circostanze.