Riferisce Tucidide che il popolo, vedendo il morbo uccidire quanti colpiva, disperando d’ogni umano soccorso, ricorse sulle prime agli Dei, poscia viste le preci inesaudite, e trovandosi in preda alla disperazione ed alla morte, non più curando rimedj o suppliche alle are dei numi, abbandonò sè e la repubblica senza schermo al flagello. Da tale scoraggiamento ne venne che gli stessi medici perirono tra i primi, rapiti dalla violenza del morbo, e le preghiere e i voti cui ritornossi sovente, altro non fecero che rincrudirlo. Il citato storico, rappresentando ne’ primordj della pestilenza gli Ateniesi costernati per lo sterminio della loro patria, e privi di qualunque ajuto divino o umano, infonde nell’anima terrore e pietà per gli infelici che in siffatta guisa perivano.
Non altrimenti fra noi i medici perdettero la vita nei primi tentativi di cure, e la città per alcun tempo vide ad evidenza che l’ira di Dio per preci non mitigavasi.
E noterò un’altra somiglianza: le due popolazioni scorgendo il flagello non avere termine, e non potersi spiegare l’origine e le cause del morbo, l’attribuirono ad umana frode, supponendo la peste artificio umano, mentr’era castigo di Dio. Gli abitanti d’Atene credettero che i Peloponnesii, coi quali allora guerreggiavano, avessero avvelenati i pozzi per ruinare la loro città. Noi del pari, trovando vano ogni rimedio e provvidenza, credemmo vi fosse un gran capo il quale, col mezzo d’altri e con denari, componesse veleni e li facesse spargere: il qual sospetto fu pure una seconda calamità per Milano. Gli Ateniesi portarono intorno il falso simulacro d’Iside, come noi il corpo di S. Carlo. Parecchi di loro si gettarono nell’acqua e fecero molte cose incredibili, talchè si può conchiudere essere in tutto simile il contagio che desolò le due grandi e illustri metropoli.
III. Confronto della peste di Milano con quella di Firenze.
All’antica pestilenza d’Atene, succede la più recente di Firenze, della quale l’autore delle eleganti novelle lasciò una descrizione non favolosa ma vera, e che differisce dalla mia come una copia che ingegnoso artista trae da un dipinto originale per vendere. Nè soltanto il Boccaccio, principe elegantissimo de’ toscani scrittori, ma altri annalisti di quel paese, da me consultati, raccontano come segue l’andamento di essa pestilenza.
Scoppiata a Fiesole, Prato Volterra ed in altri luoghi di minor conto, minacciava Firenze, dove era aspettata e in uno sprezzata e derisa. Dopo aver vagato pei colli e le ridenti campagne ne’ dintorni, irruppe da ultimo nella capitale della Toscana e vi fissò il suo regno. Allora qua colla ferocia di mal sicuro tiranno, là a modo di severissimo censore, ogni cosa stravolse e insieme ordinò, riducendo entro giusti confini quel popolo riottoso e mercatore, nuotante negli agi e nel lusso smodato, e che, superbiendo pe’ doni del cielo e l’amenità del clima, vantavasi superiore agli altri.
Se ciò pure sia accaduto fra noi, o se invece i costumi, malgrado il gastigo, siano tornati qual prima, io lascerò che il decida la verità e la fama, giacchè le genti lontane ponno meglio e con più certezza giudicarne di quel che noi medesimi possiamo farlo.
Tutto il restante ha un colore sì uniforme, che la descrizione della nostra peste, sarebbe pur quella dell’altra, ove io volessi narrare ciocchè accadde in Firenze, allorquando i suoi cittadini erano afflitti dal passeggero morbo, che in tanto numero li rapì. Nessuna vigilanza de’ magistrati fiorentini contro il minaccioso morbo che sopraggiungeva, come se côlti da fatale sonnolenza; vennero bensì chiuse le porte della città e vietato l’entrarvi, ma con sì grande noncuranza, che tanto valeva il non custodirle, a segno che la peste inviata da Dio vi penetrò anche per colpa dell’indolenza degli uomini. Si tentarono ivi pure suppliche, voti, e quanto il timore e la divozione suggerisce per placare il cielo; ma riuscirono vane ad ottenere pietà fino al tempo in cui, giusta i suoi imperscrutabili arcani, la Provvidenza schiudere doveva i tesori di sua misericordia, e spargere una salutifera rugiada sull’infelice città.
Anche i sintomi e le macchie, segnali ed effetti della peste, furono eguali per l’andamento e le varietà in ambedue i contagi.
I furoncoli, i carbonchj, gli antraci, i buboni, tante volte nominati durante la nostra calamità, apparirono anche a Firenze, in alcuni malati grosse come una mela, in altri come un uovo, nell’anguinaja o sotto le ditelle. Dalle quali parti del corpo a poco a poco si estesero poscia per tutte le membra. Questi tumori, che i volgari nominavano gavoccioli, si permutarono in macchie nere o livide, le quali nelle braccia, e per le coscie ed in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade, ed a cui minute e spesse. Indizio certissimo di morte, perocchè quasi tutti infra ’l terzo giorno dalla apparizione dei sopraddetti segni, chi più tosto e chi meno, e i più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano[174].