Narrano gli storici della peste di Firenze, che se alcuno toccava un appestato, era inevitabile la morte, e che molti per questo perirono. Ne accade soltanto che gli uomini contaminassero sè ed altri, contraendo il nascosto principio morbifero col tocco di oggetti inanimati, ma gli animali medesimi, le cui immondezze nulla hanno di comune coll’alito e la vita dell’uomo, in egual modo s’infettarono. Così i citati storici, che lo riferiscono come d’incredibile portento. A noi però non fa meraviglia alcuna, stantechè era cosa notoria che il contagio con somma facilità appiccicavasi alle vesti ed alle suppellettili. Vedemmo qua e là i corpi di cani, gatti e d’altri animali morti, senza dubbio, per avere toccato col muso, o trascinati intorno robe d’appestati gettate in istrada.
Framezzo a tante ruine, e nella deplorabile condizione cui trovasi ridotta l’umana vita, raccontasi che tre generi di persone furono notate in Firenze. Era il primo degli uomini sobrj, ilari, moderati, ai quali non avrebbesi potuto far rimprovero dai filosofi o dai più severi moralisti, anche quando la città era florida e tranquilla. Costoro, fuggendo ogni mordace cura ed ogni triste pensiero, ed evitando le voluttà disoneste, erano parchi, ma dilicati nell’uso dei cibi e delle bevande, e raccolti entro qualche albergo, ove non giungesse a turbarli nè lo strepito nè il racconto delle esequie, ivi oziavano tra suoni, canti ed amichevoli colloquj; credendo in siffatta guisa essi di ben premunirsi contro la peste.
Altri, al contrario, per rimedio davansi in braccio ad ogni genere di stravizj e lascivie; vagolavano come baccanti e baldanzosi per le contrade, e introducendosi fin anche nelle altrui abitazioni, rimaste vuote per la morte de’ padroni, vi gozzovigliavano per breve tempo, come se fossero in casa propria. E trovando in loro balía i commestibili e le cose tutte che nelle famiglie soglionsi tener rinchiuse, se le godevano liberamente senza darsi alcuna briga che fossero avanzi dei morti. Quando erano sazj di godimenti in una casa, trasportando seco ciocchè ad essi dava più nel genio, e lasciandosi dietro i morti della loro caterva, sen givano a tripudiare in altre case colle abbandonate dovizie. Ivi, sprecando e gettando via anzichè consumare la roba, morivano sui letti, le arche, le botti, ovvero raccolto quanto eravi di prezioso, accumulavano tesori, ingrossandoli per via, in guisa che perdevano la vita sotto il peso, prima di giungere al luogo ove avevano fissato di seppellirli. A certuni riuscì trasportarli e nasconderli, e qualche famiglia fiorentina arricchì con tale spoglio nella calamità, mentre altri casati impoverirono o si spensero.
Però a questi uomini rapaci e disperati, ed agli altri sobrj, modesti e dilicati, s’aggiunse un terzo genere di persone, nè facinorose, nè timide, le quali con savia circospezione recavansi a passeggiare negli orti suburbani e pei campi, intorno le mura della città, alleviando l’animo oppresso colla vista della ridente natura, e insieme nutrendosi di laute e delicate vivande. Premunivansi contro l’alito pestifero, odorando fiori ed aromi d’ogni specie, nella speranza di evitare in tal guisa la sorte comune, o almeno di protrarre intanto giocondamente e tranquilla la vita in mezzo allo spavento, alla fuga, alle morti dei concittadini. Altri, d’egual tempra, scampando lungi da Firenze, si ritiravano nelle ville, quasi in asilo sicuro dalla pestilenza, che molti di loro nondimeno ivi pure raggiunse.
In siffatto modo gl’ingegnosi Fiorentini fuggirono, sprezzarono e tentarono d’eludere il contagio, ma invano. Del pari in Milano si videro ladroni sfrenati e lascivi bottinare nelle vuote case; altri invece, modesti e cauti, solo curarsi della propria salvezza; e uomini gaudenti, ed esito eguale come accadde tra il popolo di Firenze.
IV. Confronto della pestilenza del 1630 con quella del 1576.
Ora, lasciati gli estranei, indagheremo il sempre uniforme andamento della peste tra noi, e fia non tanto paragone, quanto nuovo racconto delle vicende di Milano. Veramente all’età dei nostri padri non vi furono nè guerre, nè eserciti stranieri che col passaggio o la dimora angariassero il paese, disseminando per le terre il contagio, d’onde s’introdusse in città, siccome dimostrai essere avvenuto ai giorni nostri.
Imperocchè, debellato dall’imperatore Carlo V il re Francesco I, la Francia, per la prigionia di lui a Madrid, e l’esempio delle sofferte sciagure, prostrata ed avvilita, invano fremeva. Il figlio del vittorioso Carlo, bramoso di quiete, con ogni mezzo la procurava, essendo in lui trasfuso dal cielo lo spirito di sapienza e di pace più vivo che mai non fosse in alcun principe o mortale, a detta dei saggi. Perciò non solo tutta Italia era tranquillissima, ma anche i re stranieri tacevano, non osi di muoversi in armi. Allora non precedette il contagio la fame[175], pessima delle tre furie, la quale a dì nostri spinse a tumultuare il popolo, rompendo al suo monarca quella fede ond’era sì superbo, che avrebbe impugnate le armi, se un altro popolo si fosse vantato averla più ossequiosa di lui.
I primordj del contagio nel 1576 vennero d’onde meno aspettavansi. L’origine del morbo fu diversa, e non pertanto simile per noi e per gli avi nostri.
Trento, Mantova, le città confinanti colla repubblica di Venezia e la stessa Venezia erano sporche di peste, e andavansi spopolando le terre lungo tutta la frontiera dello Stato. In quell’anno celebravasi in Milano il Giubileo secolare, impartito per favore del pontefice Gregorio XIII a codesta metropoli, colle stesse discipline con cui poc’anzi erasi celebrato in Roma, ove desideravasi la stabilita rinnovazione di quel grande e salutare mistero.