— Di tutte. Non si può sempre tenerne in serbo una qualità sola. Ne abbiamo di attici, di eginetici e di babilonesi.

Il talento eginetico aveva il valore massimo, ossia equivaleva a ottomila franchi circa; il babilonese a settemila, a seimila l’attico; onde, per adequato, quei tre sucidissimi giudei avevan portato a Cesare più di quattrocento mila franchi, una somma ben ragguardevole; ma pel giovinetto mal cinto assomigliavano a un getto d’acqua profluente sulle sabbie del deserto.

Uno dei giudei come ebbe deposto sovra una tavola di porfido egiziaco i sessanta talenti, trasse di sotto al sajo un rotolo, lo spiegò dinanzi a Cesare, porgendogli lo stilo che pur trasse di sotto il sajo:

— Segna or qui, domine, gli disse; per le calende di novembre restituirai talenti cento.

— Che? esclamò Cesare, alzandosi iracondo. Quaranta talenti per mesi cinque?

Il giudeo non rispose, e voltosi ai due ebrei che lo seguivano:

— Riprendete quell’argento, disse loro. Dolabella lo aspetta. Quaranta talenti di premio son già pattuiti con lui.

Cesare smise l’ira di tratto e si diede a ridere, e battendo sulla spalla del giudeo:

— Ringrazia il tuo dio, soggiunse poi, come io ringrazio Mercurio se non t’ho ammazzato qui senza far parola, perchè sei un ladro simpatico. Ma chi credi tu che io mi sia? furfante. Se Dolabella ti promise quaranta talenti, il discendente di Venere te ne darà cinquanta, e tosto scrisse nel rotolo le cifre volute e ci mise il C. Julius Cæsar.

Usciti che furono i tre giudei, Cesare recossi di nuovo nell’androne.