— Venga, esclamò Cesare.
Ed or sentiremo come il mondo antico venne in quel dì palleggiato dall’interloquio di questi tre anticristi. E le donne che si annoiano di politica s’affidino per la presenza di Catilina. Per costui assisteranno a sì terribili scene, che sovente ne avranno irte le chiome.
III. CESARE, SALLUSTIO E CATILINA.
Si fece il ritratto di Cesare, ne’ suoi più minuti particolari, dei quali alcuni riescirono peregrini e stranissimi perfino a qualche studioso; così, prima d’entrare nel fitto dell’azione, si vuol fare il medesimo anche colla colossale e strenua figura di Lucio Sergio Catilina, intorno al quale venti secoli di storia non seppero mai dire compiutamente il vero manifesto, nè esercitare l’intuizione intorno al vero nascosto. La lettera morta dei narratori antichi, allorchè questi non sieno investigatori filosofi, e non abbiano l’immaginazione ricreatrice, non basta perchè altri s’acqueti su di essa, e possa farsi una idea precisa di quello che racconta. Il libello famosissimo di Sallustio è un lavoro di egregie forme e d’uomo che in vecchiaja si ricompiace d’arte, ma più fatto per insegnare a scrivere, che per comunicare altrui la potenza di far rivivere tutto intero un periodo della storia, ripresentandolo alla posterità col rilievo e la completa planimetria di una città distrutta, fatta ricomparire col lavoro degli scavi. Esso narra alla ricisa, e le sue pagine sono troppo fuggitive per poter abbracciare tutta l’ampiezza del prolungato cataclisma del tempo in cui visse. Quel libretto va dunque interpretato coll’ajuto d’altri lavori, va compulsato ostinatamente, va costretto, quasi diremo, colla tortura a confessare tutto quello che espressamente forse vi si tacque.
Quando Catilina si presentò sulla soglia della camera di Cesare, e, invitato, si assise, e, ancora invitato, stette ascoltando quel che Sallustio con voce sonora leggeva a Cesare intorno alle guerre di Pompeo, poteva avere trentacinque anni, ma ne dimostrava di più. Era di statura, come suol dirsi, vantaggiosa, ma non alta; dalle maniche della toga apparivan le braccia nude, affatto ossee, percorse da cordoni grossi e da vene gonfie. Si vedeva che quelle braccia e quelle mani avrebbero lasciato il segno dove fosser posate, press’a poco come, vedendo la zampa poderosa del tigre, si crede tosto al naturalista il quale assicura che quella può colla subita percossa rompere le reni al cavallo assalito. La faccia aveva di forme ampie, stupendo l’ogivale, ma il bianco dell’occhio era injettato di vene sanguigne, la fronte attraversata da una grossa vena, le guance livide ed esagitate, sulle quali appariva quel che potrebbe dirsi una battaglia di muscoli. Pure, allorchè, a certe espressioni di Sallustio con cui investiva di ridicolo Pompeo, egli sorrise, a un tratto parve che quella battaglia sostasse, che un raggio di sole illuminasse quel mare in procella; parve che quell’aspetto così tremendo e stravolto, potesse quasi riaversi e rinfrescarsi e balzar fuori bellissimo, se un desiderio appagato, se una fortuna raggiunta fosse venuta in suo soccorso; chè la bocca, aperta al riso, si rivelava di eleganti forme antiche, con una fila di denti, forti sì e grossi, ma bianchissimi.
Nella prima gioventù, allettato forse dalle lodi del rodio maestro Apollodoro, che gli disse congratularsi seco dell’aver avuto da natura il dono spontaneo dell’eloquenza, si diede insieme con Lucullo ad approfondirsi nelle lettere greche e nella filosofia, e come chi in ogni cosa si lascia portare agli estremi, affannavasi a poter riuscir primo in quelle discipline; ma la forza del corpo avendolo fatto attissimo alle fatiche del campo, a talchè divenne lo stupore de’ giovani e dei veterani, i quali dicevano non poter egli venir superato facilmente da altri combattendo corpo a corpo, tutto per molto tempo si diede alle cose di guerra, e con tale insistenza febbrile, che dagli albori a vespero si maneggiava continuamente in quelle.
Ma, per decreto della fortuna, tale e tanto apparato di insigni attitudini fuori affatto dell’ordine comune, dovevano, per l’esagerato contrapposto di altre, e per un fatto specialissimo, condannare la sua fama ad attraversare due mila anni perpetuamente avvolta di orrore. La uccisione del patrizio Gratidiano è nota a tutti: quello fu il fatto onde la figura di Catilina per la prima volta compare sulla soglia della storia.
Sappiamo da Sallustio e da Cicerone e da Tito Livio, com’egli nato da famiglia patrizia e ricchissima, nella prima gioventù, portato dalla sua natura non paga che di esagerazione, si fosse dato allo spendere ed al lussureggiare fuor d’ogni misura; apprendiamo altresì com’egli fosse prodigo non per sè solo, ma con tutti, anche coi ricchissimi, e che il donare altrui cavalli, armi dorate, opere d’arte, quando s’accorgeva che queste venivano appetite, era per lui un’abitudine. Questo non è indizio d’animo iniquo; ma tale abitudine, se giova altrui, è funesta a chi la tiene; epperò venuto in rovina quasi totale, sapendo per aver militato più volte, di essere attissimo anche alla condotta di una guerra, desiderò ardentemente di essere spedito proconsole in qualche provincia; ma per ciò gli occorrevan danari, onde placare i debitori, i quali come vespe gli ronzavano intorno all’avito palazzo, e per nessun conto non lo avrebbero mai lasciato partire senz’essere pagati. — Ora quel Gratidiano era un suo amico, di sfondata ricchezza, il quale volendo impiegare il molto oro lasciatogli dal padre stato più volte proconsole rapacissimo, ambiva di acquistare i latifondi dei ricchi venuti in basse acque, e li angariava usureggiando. Catilina si rivolse dunque a colui per cedergli le terre e le ville che gli erano rimaste; ma quegli negò assolutamente di fare il suo desiderio.
Onde Catilina, non potendo indovinarne il perchè, e parendogli un’indegnità, e sospettando che la cagione fosse d’impedire a lui di salvarsi dal naufragio dei debiti, e di rifarsi ricco e coprirsi di gloria militando, montò in tale furore, che lo percosse fierissimamente. Nè vi fu per allora altro. Ma quel rifiuto spietato fece tale effetto sull’animo di Catilina, che l’odio non ne uscì mai più; onde andava pensando al modo di vendicarsi.
E vennero le proscrizioni di Silla, di questo salassatore sistematico del mondo romano. Per livellarlo e togliere le sporgenze e far galleggiare un partito solo, colui aveva pensato di allagarlo di sangue, come altri, in altri tempi, essendo aboliti dalla gentilezza dei costumi i mezzi feroci, pur trovarono il modo di assassinar l’Italia unificandola con mezzi violenti, assurdi, funesti, scalzando autonomie, schiaffeggiando tradizioni gloriose, condannando, quasi coscritti, a perpetue tappe i funzionarj della nazione per tramescolare le genti; alternando la pubblica alla privata miseria; creando cariche inutili per assicurare i traballanti puntelli del governo, nominando a migliaja inutili impiegati nuovi, e licenziando utili impiegati vecchi, colla paga e l’obbligo di non far nulla, per trasmutarli così in piante parassite, in sanguisughe innocenti, ma sempre dannosissime all’erario, epperò affogandoci tutti non nel sangue, ma nell’abisso senza fondo d’un debito pubblico inaudito...