Chi sia stato più rovinoso all’Italia di quel vetusto Silla a sangue, e degli odierni Silla a secco, potrà giudicarlo la più veggente posterità.
Ma si torni a Sergio Catilina e a Gratidiano.
In uno di quei giorni orridi di Roma, al confronto dei quali è poca cosa perfino il tempo del terrore passato sulla Francia esterrefatta, e ne’ quali guai a chi era ricco e del partito antisillano (chè tutti avevano il diritto di ucciderlo, e troppo spesso la ricchezza faceva che si confondessero espressamente partiti e partigiani), Sergio Catilina vide da lunge passeggiante lungo Tevere Gratidiano, sicurissimo di sè perchè era patrizio, perchè era sillano. Quella vista gli fece di tratto balenar in mente un’orribile idea. L’odio non gli si era mai spento in petto; ma in quel punto divampò con un ardore che non può avere espressione. Accelerò il passo, onde presto raggiunse il lento Gratidiano, e a pochi palmi che fu da lui, giacchè gli veniva da tergo, Fermati, gli gridò, Gratidiano usurajo; e lo agguantò di colpo, e lo atterrò, e della daga due e tre e dieci volte il trafisse e ne fece colle mani stesse uno scialacquo di sangue; e così orribilmente sfigurato se lo prese tra le braccia, e portatolo di peso alla curia dove Silla stava dando ragione dall’alto di una gradinata, assiso in una sedia d’oro:
— Prenditi, o padrone di Roma, questo verro scannato; da me scannato. Esso possedeva dieci milioni di dramme, e tanto dell’agro romano quanto misurano cento pietre miliarie. Io lo dono a te, o padrone di Roma.
E, così detto, partì senza aggiunger altro, lasciando esterrefatto perfino Silla.
Un tale delitto è orrendo, e per nessun conto scusabile nemmeno da un iniquo, quantunque vi si riveli qualche ragion mitigante. Se quel Gratidiano, pur non danneggiando sè stesso, anzi lucrando, avesse ajutato Catilina, questo, chi sa? puro di macchie, avrebbe attraversato la storia e sarebbe giunto fino a noi forse come il più gran capitano dell’antichità dopo Alessandro e Cesare. Ma queste non sono che congetture, e il delitto sta e il modo atrocissimo di esso; a tal che, pur tra quei costumi efferati dell’antica Roma, quando, divenuto Silla dittatore, per alcun tempo un’apparente calma si sovrappose al non spento Vesuvio e celò i sintomi di più tremende eruzioni, la figura del giovane Catilina passeggiante per Roma faceva ribrezzo ai timidi riguardanti. E perfino dal fratello venne aborrito e scansato; e, fatalmente, venuti a parole, mentre armeggiavano nel campo Marzio, e dalle parole ai fatti, Lucio Sergio uccise il fratello. La storia registrò che gli tolse la vita per raccogliere tutt’intera l’eredità paterna — e qui la congettura è davvero men forte della storia.
Se non che, tornato ricchissimo per la morte appunto del fratello, di nuovo si diede a profondere oro, ed ingraziarsi, colla capziosa eloquenza e coi vischiosi allettamenti dei doni desiderati, i giovinetti patrizj, che banchettavan felici con colui che pure aveva ucciso un patrizio morto in fama d’onesto e un fratello vissuto siccome intemerato.
Ma a questo era trovata la scusa, e sovente, perfin la lode; la qual cosa ci dà a pensare.
E più che mai si diede ad ingraziarsi la plebe; e i veterani, senza riguardo che fossero piuttosto di Silla che di Mario; e i miserabili avanzi della proscrizione sillana, ovverosia i figliuoli poverissimi dei doviziosi padri stati legalmente assassinati, vaganti per Roma come larve a questuare l’indispensabile obolo.
A questo momento trovavasi la vita di Lucio Sergio Catilina, quando recossi a Cesare. Allorchè Sallustio Crispo stava leggendo a Cesare un rotolo del suo Commentarium rerum urbanarum, la milesia Laja avrebbe dovuto cogliere quel punto per ritrarlo. Nato essenzialmente scrittore e ardente di fiamma intellettuale, si animava di un impeto insueto allorchè declamava o leggeva qualche cosa di proprio o d’altrui. Allora la sua faccia, bruttissima quand’era nella calma dello spirito o nella concentrazione del pensiero, assumeva qualche cosa che, mentre era refrattaria all’arte, pur riusciva ad appartenervi, soggiogandola, quasi per conquista del più forte. I ritrattisti possono destare entusiasmi strani, riproducendo di tali faccie, anche senza far gran fatica; chè i punti salienti e le stravaganze e la vivacissima movenza dan già il dipinto bell’e fatto. Sallustio aveva i capelli rossi (rufi) copiosissimi, inanellati, scendenti fin quasi ai sopraccigli, rufi del pari e densi e grossi e arcuati — parevano due sanguisughe sovrapposte agli occhi per placarne il lampo infiammato — e gli occhi aveva non grandi, ma di quel glauco venereo che accusa il moto del cervello traducentesi a un tratto in conflagrazione sensuale. La voce avea sonora, profonda come quella del leone. Tre figure più dissimili, e nel tempo stesso più attraenti e caratteristiche di quelle di Cesare, Catilina e Sallustio, non era possibile trovare nemmeno allora, nemmeno a Roma. Era il vitreo prisma triedro riflettente tutti i raggi del mondo romano.