Nato di padre plebeo, ma non poverissimo, potè questi avviarlo allo studio delle lettere greche; e l’oratore Apollodoro si meravigliò di lui giovinetto, com’erasi meravigliato di Catilina; anzi nel ginnasio, volle contrapporlo a quest’ultimo per suscitarne un’emulazione feconda; e ciò che è strano, Catilina che voleva primeggiare in tutto, non sentì mai invidia di Sallustio, forse per la propria notevole superiorità, di cui Sallustio ebbe invidia: la quale ricomparve poi, a chi ben la cerca, nel famoso libello. Sallustio era, in confronto di Catilina, quel che Cicerone era in confronto di Cesare; il soggiogatore delle Gallie e l’eroe fulminato di Perugia certo che avrebbero superati ambidue, se non avessero avuto altro per il capo.

Ma Sallustio si addentrò più e più negli studj, e con tale ardore, che sapeva a memoria i brani più insigni di Sofocle, e i passi d’oro di Tucidide e Senofonte e le oda di Pindaro e i canti afrodisiaci d’Anacreonte e alcune delle parti mirabilissime dell’artista Platone assai più che filosofo. Declamava di maniera che anche lo zotico centurione, indurito nell’armi, si faceva attento alla sua voce e concentravasi in sè e dimenticava i castri e le guerre invocate. Le più illustri dame romane gareggiavano per averlo nelle proprie dimore; e più di tutte la eminente Sempronia, famosissima allora, talchè è famosa anche oggi; quella Sempronia dotta in greco e in latino, prima nell’arte del canto e del ballo, bellissima fra tutte le belle donne tiberine, ma ambiziosa ed aspirante a potenza ed a glorie virili; il Catilina del suo sesso, in una parola; talchè ebbe poi seco a confederarsi.

Ingraziatosi il così detto bel mondo dell’antica Roma, invitato, adulato, pregato dalle donne romane a intrattenere le loro adunanze perchè era anche eloquentissimo e audace nella disputa, onde, anche per la voce sonora, spesso metteva altri a tacere; si sentì portato all’eleganza, e, venduti gli augusti poderi aviti, tutto si diede al lusso ed agli amoreggiamenti, e, credendosi avvenente, si condusse come se lo fosse, e raccolse i premj dovuti alla sua fiducia. Usufruttando la fama di giovine dottissimo, credette opportuno di continuare quel Commentario romano che non sappiamo da chi sia stato iniziato primamente in Roma.

Divenuto ricco, accrebbe le eleganze e sdrucciolò alle dissolutezze, pur tra la toga azzimatissima e i compri e non compri baci innestando il greco di Tucidide e le armonie d’Omero.

A guardar certe apparenze e lasciando inesplorato il profondo dell’animo, parrebbe di scorgere qualche somiglianza tra Sallustio e Foscolo. L’eminente Sempronia, nelle pieghe del cui peplo il Romano inciampò, parrebbe somigliare a quella lombarda inclita patrizia, dotta in molti idiomi, bella come Venere, dalla cui rete afrodisiaca si lasciò prendere l’Italo-Greco moderno.

Ma, a non trarre altrui in inganno, giova il dir tosto che la generosa figura di Foscolo nè deve nè può entrare nell’accennato confronto.

Solo, certe somiglianze personali e talune abitudini della vita privata e l’eccellenza nell’arte e la fama non moritura di ambidue, ci suggerirono questo fuggitivo raffronto.

Ma Sallustio nacque povero e morì ricchissimo e di ricchezze derivategli dalle genti espilate; laddove Foscolo nacque agiato e morì in esilio e poverissimo, senza ottenere un frutto delle sue opere, indarno celebrato.

Sallustio fu il satellite perpetuo di Giulio, lo seguì, lo adulò, lo incensò quasi nume. Foscolo invece stette solo in piedi in mezzo all’universo prostrato davanti al Cesare moderno. — È questa una solenne grandezza che lo redime di tutti i suoi peccati.

Ma si ritorni al Cesare antico.