IV. ATTICA ACCADEMIA DI MUSICA E POESIA NEL PALAZZO DELL’EMINENTE SEMPRONIA.
Nelle aule del palagio di Sempronia, eretto sull’aristocratico Palatino, per l’ora della primæ noctis intempestæ ad mediam noctem era stata invitata la classe più alta, più elegante di Roma, onde assistere ad una attica accademia di musica, di canto e di danza. L’eminente Sempronia prediligeva tutto ciò che richiamava la Grecia, nell’idioma della quale ell’era insigne.
Gemeva Roma divisa in più partiti, la miseria affannava crudelmente le derelitte plebi, gli odj imperversavano tra gli uomini nuovi e la classe senatoria, e fervevano odj e inimicizie implacabili pur tra senatori e senatori, tra patrizj e patrizj, tra console e console: era una guerra di tutti contro tutti; guerra che perdurava per l’arbitrio dei prepotenti che tutto avevano invaso, per la maestà delle leggi strascinata nel fango, per la dea Giustizia esule dal suo tempio, e fatta oggetto di scherno, ridotta qual era a larva di minaccia senz’ajuto di pene inesorabili. Eppure su questo fondo procelloso, su questa immensa negra acqua acherontea non mancavano le apparenze di un perpetuo gaudio, di una ricchezza babilonese inesauribile, e i circensi costavano tesori; ed Emilio Scauro spendeva duemila talenti per l’erezione di un teatro temporario, ornato di trecentosessanta colonne e di tremila statue; e le tuniche, e i pepli, e i flammei, e le vesti femminee accusavano l’oro profuso, per le perle e per le gemme dell’Indo, e i coralli e le cocciniglie dell’Eritreo.
È a un tale spettacolo che assisteremo nelle aule della eminente Sempronia.
Nell’ora seconda della notte esse cominciarono ad affollarsi.
L’aula magna mostrava nel pavimento un mosaico di Eraclito, scolaro di Sosos, rappresentante le danze efesie; nella vôlta, era assiso un Apollo citaredo tra le nove Muse, dipinto del greco Marco Plauzio Ceta.
Sei giri di sedie dorate stavano disposte a gradi e in emiciclo — nel mezzo era quel che diremmo l’orchestra, per chi doveva suonare, cantare, declamare; a questa si accedeva per una porta, attraverso la quale, quand’era dischiusa, vedevasi una lunga fuga di sale, tutte quante illuminate. Una reggia d’oggidì appena potrebbe venire al confronto di quelle magnificenze d’allora. E venne l’ora che l’emiciclo fu tutto gremito di viri togati e di pretestati giovinetti e di matrone e di fanciulle. Brillavano di gemme le zone ond’esse avean cinti i fianchi; alcune portavan la vitta o il reticolo, foggia adoperata a far pompa della stessa prolissità delle chiome, sotto colore di nasconderle:
Vitta coercebat positos sine lege capillos;
altre avean coperto il petto del capizio, e dei suoi nodi s’eran strette a dismisura per comparire più gracili e più aggiustate di vita:
Demissis humeris, cincto pectore, ut graciles fient.