Gli uomini di toga e di spada, allora già famosi in Roma, comparvero ultimi, il che, o per vanità o per altro, fu sempre fatto dagli antichi e dai moderni, e si adagiarono su certi stalli di greca fattura addossati alle pareti laterali dell’aula. Comparvero Pompeo e Lucullo; comparve Pomponio Attico; elegante la toga di un partito di pieghe che sembrava preparato da Fidia, si mostrò Ortensio, l’oratore numeroso ed a cadenze musicali, e nel quale più che il genio impetuoso dell’eloquenza valevano i lenocinj dell’arte la più ricercata, e nelle vesti appunto ne mostrava riprodotto lo stile; ed entrò Marco Tullio Cicerone, a cui tutti volsero gli sguardi. E in vero, che malgrado il vario frastuono dell’aula magna, e l’impaziente aspettazione degli intervenuti, e i discordamenti accordati de’ suonatori già comparsi in orchestra, soffianti nelle trombe argive ed egizie, e ne’ flauti frigj, e pizzicanti cetre e formingie e testudis e magadis e anacreontici bárbiton, siam costretti a fermarci più di quel che comporterebbe il momento innanzi a questa grande tanto quanto eccezionale figura dell’antichità.

Esso aveva la fronte amplissima e sì sporgente alle regioni del sopracciglio, che gli occhi parean protetti da una tettoja; e quelli avea profondi e di smorta luce e accusanti miopia, chè solea stringerli ogni qualvolta mettea attenzione nel guardar qualche cosa. Pure da quella cavità profonda e da quella semispenta luce, usciva di tant’in tanto un baleno specialissimo di arguzia gioconda e amabilmente ironica, che pareva rivelasse un perpetuo e filosofico sorriso dell’intelletto.

Il quam ridiculum consulem habemus onde Catone ebbe a definire poscia in pieno Senato il carattere di Cicerone, manifestossi in quella stessa notte, appena ei si mise a sedere tra Pompeo e Lucullo, chè, girato lo sguardo intorno, tosto, parlando sottovoce con loro, liberò il volo a tali celie e scherzi ed epigrammi, che Lucullo rideva ad ogni sua parola, e Pompeo, che non avrebbe voluto compromettere la dignità imperatoria con risa scomposte, s’affannava a comprimerle, onde, per la legge appunto della compressione, più violento che mai e plebeo gli scoppiò un cachinno, che fece volgere su di lui tutte le pupille delle dame romane.

Di lì a poco entrò Clodio, il giovinetto Clodio tanto bellimbusto, azzimato e amante riamato delle tiberine beltà, quanto facinoroso e accattabrighe sanguinario. Nessuno, nemmeno il più esperto investigatore d’indoli umane, avrebbe potuto indovinare quel che stava sotto a quelle formose apparenze; e come le chiome di femminile mollezza e il volto imberbe di etrusca perfezione potessero dissimulare un carattere sì feroce e protervo, e un cuore fatto d’agata, assai più che di ferro. Soltanto la qualità della sua voce poteva renderlo sospetto: chè quella non era nè maschile nè femminile, e mandava de’ suoni misti come se fosse ancora in quella età critica in cui l’adolescenza si svolge alla gioventù; e anche l’occhio, sebbene di linee fidiache, mandava tratto tratto un guizzo di luce sinistra e serpentina, che tosto si spegneva, quasi che una pellicola simile a quella dell’avoltoio discendesse a coprirne la pupilla.

E in compagnia di Sallustio apparve Catilina. Il primo si recò nell’orchestra. Catilina, torbido e accigliato e manifestamente convulso, se ne stette in piedi, chè tutti gli stalli erano occupati.

Entrato quasi di celato alcuni minuti prima, aveva gettato l’occhio lungo i gradi dell’emiciclo dell’aula magna per vedere se vi stesse già seduta la sua Aurelia Drusilla, non la Dorestilla di cui parla Sallustio, e che era già stata abbandonata da Catilina; — ma Aurelia non vi era. Chi gli stava presso s’accorse che, messosi l’indice tra’ denti, se lo compresse. Irrequietissimo uscì di nuovo, percorse tutte le sale, discese alla soglia del palazzo. In quel punto per sua fortuna, Aurelia balzava a terra dall’aureo cocchio, preceduta da due servi e accompagnata dall’ateniese Armodio, suo commentatore quotidiano di Omero ed Esiodo e d’Aristofane e dei tre tragedi. Catilina, tramutatosi in viso di tratto e mandando luce dagli occhi e sorridendo, le si mise d’accosto; ma, a un tratto:

— Tu, di recente, hai versato lagrime, le disse.

— Sì, rispose Aurelia, e ognora ne verserò finchè Tullo non sia mandato a militare in qualche remota provincia.

— E che dunque avvenne?

— Quel che un tempo ogni dì, prima che venisse a morte l’infesto Cetego; e il figlio è peggiore del padre, ed è mio figlio. Nessuna madre al mondo fu mai tanto bistrattata come da costui. Però tu ne sai la cagione, o Sergio.