Catilina si rifece cupo; seguìto dall’ateniese Armodio accompagnò Aurelia presso Sempronia, la quale in solitario recesso stavasi provando al canto accompagnata dal citaredo Psosias. E tosto Sempronia si recò nell’aula magna, insieme con Aurelia, che pure doveva aver seggio nell’orchestra, come la più insigne, in quel tempo, suonatrice di simikion, specie di lira da quaranta corde accordate all’ottava a due a due.
Appena Sempronia e Drusilla si mostrarono in orchestra, proruppe un lungo applauso, al quale successe il più profondo silenzio; e comparve allora Giulio Cesare; un prolungato bisbiglio femminile turbò il silenzio alla comparsa di lui, che non a caso venne ultimo.
Anche nel secol nostro fu notato che gli uomini i quali furono o vollero diventare illustri, sempre, quasi sovrani, comparvero ultimi ai ritrovi e ai banchetti e alle feste cui erano invitati. È il desiderio ognor vigile che li affanna di staccare sul fondo della buja folla come individualità raggianti. Alle mense della veneziana Teotochi, lord Byron, questo Cesare non riuscito, fece sempre attendere per più di mezz’ora i commensali mormoranti d’impazienza.
Giulio Cesare, non vedendo stalli vuoti, si collocò, stando in piedi, presso a Catilina. Sallustio era entrato in orchestra, e del suo vale sonoro diretto a Sempronia e Drusilla echeggiò tutta l’aula magna.
E proprio dirimpetto a Catilina, tra il vano d’una porta d’ingresso e lo stallo dov’era assiso il maestoso Pompeo assai più che Magno, venne a piantarsi un giovinetto in pretesta, dalla faccia fierissima ed arrotante gli occhi come bissonte provocato, e li fissava su Catilina sfacciatamente.
Figlio del defunto Cetego e di Drusilla Aurelia, matrona di appena trentatrè anni, e insigne di non superabile beltà, talchè pareva non varcasse il quinto lustro, egli odiava Catilina, quantunque il proprio zio fosse amicissimo di colui, di un odio che anelava di tradursi in atti di sangue — l’odiava per il disdoro che la madre propria si fosse invaghita di uno scellerato sanguinario, e più forse perchè, doviziosissima qual ella era, veniva a metter tutto nelle mani dilapidatrici di colui che, per forza, voleva diventargli marito. Tra il figliuolo e la madre i dissidj e le rampogne e le ingiurie duravano assidue da tempo, e un dì ei si lasciò trarre a percuotere il bellissimo volto materno, ond’essa, apertasi con Sergio, questi giurò di mettere in brani quell’adolescente furioso.
Ma eran già aperti sui leggii i rotoli della musica, i cui segni stavano a quelli d’oggidì, ossia alle note di Guittone d’Arezzo, come i numeri latini agli arabici. La musica romana, che era pur sempre la greca, constava nientemeno che di 845 segni, così per le voci come per gli strumenti, e venivan rappresentati dalle lettere dell’alfabeto, naturali, rovesciate, inclinate, accentate, dimezzate.
L’accademia doveva aver principio da una sinfonia composta dal citaredo Psosias, d’Atene, il quale, chi mai lo penserebbe? ad onta che l’idioma della vocale sua patria, tutto soave di eufonie, e già musica per sè solo, avesse dovuto di preferenza innamorarlo della melopea, pure, al pari del più irto contrappuntista tedesco, s’affannava di comparir dottissimo nella ritmopea; la quale da tutti i musici greci era stimata più importante degli stessi pensieri e delle stesse idee. Era già l’arte della decadenza ellenica, per la quale vennero nel massimo dispregio i canti semplicemente sublimi che avean messo il tumulto nei cuori dei contemporanei di Sofocle. Nulla v’è di nuovo sotto al cielo, e la grandezza dell’arte che sta nel semplice, essendo sempre dono di pochissimi, tosto dall’impotente mediocrità viene disprezzata, perchè gli uomini in ogni sfera e dell’azione e del pensiero e delle sue diverse discipline ostentano di tenere in nessun conto quel che sono impotenti a raggiungere.
E per verità, che quella sinfonia, sebbene perfettissimamente eseguita, non piacque troppo all’uditorio, e dispiacque a Cesare intendentissimo dell’antica musica greca; a tal che non si tenne in silenzio, e: — Bene, optime, gridò a Psosias colla sua voce armoniosamente sonora, — tu sei profondo al pari d’Archimede; — ma quegli coi numeri di Pitagora e coi segni d’Euclide aperse nuovi cicli agli umani intenti. — Tu invece, a chi servi tu? l’arte non deve servire che all’arte — officio della musica è di esprimere alla sua maniera i pensieri e gli affetti. Tutti i tuoi greci poeti furono sommi perchè fecondarono di idee e scossero di efficaci commozioni chi li leggeva e li ascoltava. Ma tu e i tuoi Greci moderni riduceste la musica ad un vuoto e sterile rumore. Tuttavia, sei dotto, o Psosias — e ammiro le tue fatiche; bensì mi lagno teco, perchè, percuotendomi l’orecchio, mi opprimesti il cuore, vietandogli che battesse più alacre. Ed ora salvaci tu da tanto gelo, o eminente Sempronia, col tuo canto divino; e tu pure, o Aurelia, dalle dita vocali. —
Allora assurse la eminente Sempronia. Ella fu la prima forse tra le donne tiberine ad ottenere in dono dai concittadini quel predicato di eminente. Questo le fu concesso e a significato delle doti eccezionali della decòra forma, e delle virtù dell’intelletto, e delle tre Grazie che pareano averla tenuta in custodia fin dalla culla; ed anche perchè, a sollievo di chi non voleva toccar l’accusa d’adulazione, essendo nata a Tivoli, derivava dai luoghi eminenti della campagna romana e da’ suoi dolci colli. Anche oggidì si chiamano eminenti a Roma le donne cresciute sugli alti suoi poggi. Sempronia, che i devoti amanti chiaman diva, avea questo di specialissimo, che rendeva completamente il tipo antico e perpetuo della donna romana; quella tremenda austera beltà che già tenne Clelia attraversante il Tebro sotto i dardi nemici, e nel tempo istesso nell’arco del sopracciglio e nel suo frequente aggrottarsi qualcosa che richiamava la erinnica Tullia trasvolante sul cocchio parricida. Il volto di Sempronia, precisamente come si osserva anche oggidì nelle più belle Tiberine, era il trionfo della legge dei contrasti, la legge massima dell’arte; severa e chiusa in sè, pareva una divinità sdegnata che fulminasse i mortali. Ma se appena il sopracciglio si alzava e tremolava il raggio della pupilla e il sorriso rivelava il tesoro dei denti eburnei, tosto pareva dischiudersi un luminoso olimpo; a tal che quel repentino trasmutamento aveva, quasi diremmo, tutti i caratteri d’una solennità.