Non aveva che ventisei anni, e com’era il trionfo della bellezza era anche il trionfo del peccato:
E il peccato era in lei fatto natura.
Orfana di padre e di madre e ricchissima, sebbene fosse liberale di soccorsi ai miseri, la sola virtù morale che avesse, non isdegnò i lautissimi doni de’ suoi amanti, presentantisi talvolta in processione, e paghi, sebbene fossero consoli e proconsoli e sacerdoti di Giove e d’Apollo e duci dei cavalieri, di ottenere una minima quota dei suoi sguardi, che dall’alto faceva cadere su di essi quasi fossero pioggia d’oro. Era tempra di Semiramide colei, dall’ampia mente fatta al dominio, e dal cuore non mai commosso proclive alla tirannia. Pure avea una strana deferenza per Sallustio Crispo, deferenza, non amore, perch’egli sovente doveva pure acconciarsi ad essere spettatore di erotiche accademie.
Ma se lo storico sembrò ai posteri fatto di diamante, l’uomo ai contemporanei apparve duttile come verga di sanguinella.
Annunciata da un preludio suonato da Drusilla sul trigono, ella cantò un canzoncino di Anacreonte.
In quel canto, perchè le regole trovate dall’arte non sono che una riproduzione della natura, v’era quasi tutto ciò che si ammirò nella musica posteriore. Ella sfoggiò scale ascendenti, ossia l’Agoge, e dalle basse balzando di tratto alle note alte con felicissimi ardimenti, si fece ammirare in quella che chiamavasi Ploke, e il limpido zampillo della voce prolungava sulle note tenute con inalterabile eguaglianza, per virtù della Jone.
Dopo di lei Drusilla, accompagnata dal flauto frigio, suonò un concerto sul simikion; e Psosias toccò la cetra, in cui era inarrivabile, provocando le lodi di Cesare, che esagerò per compensarlo del rabbuffo onde prima lo aveva investito, e del quale erasi pentito, perchè troppo gli premeva di non inimicarsi nessuno.
Ci fu un quarto d’ora di riposo.
Catone, il rigido Catone, che aveva passeggiato nelle altre aule, involandosi dispettoso alle blandizie della musica ch’ei soleva chiamare effeminatrice d’eroi, comparve sulla soglia perchè seppe che Sallustio Crispo, l’incomparabile declamatore, stava per esporre il terzo canto dell’Iliade. Comparve, prese una sedia, s’accostò all’orchestra, e, incrociate le braccia, stette ascoltando attentissimamente.
Sallustio, annunciato che quel canto della Iliade era una traduzione di esametri latini di ignoto scrittore, cominciò la recitazione. Più che le donne stettero attenti gli uomini di spada.