— Non v’è poeta antico del Lazio; non Ennio, non Nevio, non altri, che abbian scritto di tali carmi. Però se tu sei il felice traduttore, o Crispo Sallustio, giacchè so che tieni altissimo ingegno, dillo, ch’io ti bacerò sulla fronte.

— Non io, rispose Sallustio, ma è Giulio Cesare astante, che ora mi fulmina degli occhi perchè ho tradito il suo segreto. Ei me li diede a leggere, facendomi giurare che a nessuno al mondo li avrei mai dati a vedere. Ma se a rompere un tal giuramento ho bene operato, lo dica il tuo senno, o Marco Tullio; e Cesare mi perdoni.

E Cicerone attraversò tutta l’aula, si fermò innanzi a Cesare, e, alzatosi, lo baciò in fronte, esclamando:

— A grandissime cose sei nato, o Giulio, io te lo annuncio..... e sempre ti circondi Venere de’ suoi raggi, Venere la tua grand’ava celeste. —

Proruppe un lungo applauso, e le fanciulle tenevan gli occhi intenti sul giovinetto Giulio; che, stringendo la mano a Tullio, chinò il capo girando lo sguardo intorno a ringraziar l’uditorio, ma con tale maestà, che sembrava prenunciasse l’agitar della testa del Giove futuro.

E l’accademia vocale, istrumentale e poetica si sciolse, e dai gradi dell’emiciclo discesero matrone e fanciulle; e tutte precorse da famule eleganti, che dovevano apprestare altri seggi, passarono nell’aula delle danze.

L’ora era tarda, l’inclinatio mediæ noctis era già sopravvenuta. Si cominciarono le danze, delle quali era conduttrice l’instancabile Sempronia. Si produssero balli egizj, incessi etruschi, danze argive. La decadenza di quest’arte non era ancora avvenuta; toccava infamarla all’osceno Nerone. Ma allora, tuttavia, segnatamente nella danza argiva, le movenze, gli atteggiamenti, i passi, il girare e l’inclinare delle teste, la flessione delle braccia, il piegar delle dita, tutto si proponeva l’intento di suggerire alle arti plastiche giri di linee elegantissimi e scelti contorni e lievi protervie dissimulate da casti sguardi.

In ultimo comparvero Sempronia e Drusilla in costume di Niso ed Eurialo venuti a gareggiare in mezzo ai giuochi del campo dì Enea; e danzarono accompagnandosi coi crotali che dall’antico Ilio eran passati in eredità alla gente latina. Fremettero a quel ballo audace (primo annuncio di decadenza) i giovani romani, e acuti ardori li investirono allo spettacolo di quei popliti fatali e di quelle pafiche gambe, tradite agli sguardi dalle lievi e brevi tuniche che si alzavano troppo spesso. Ma più di tutti fremette Catilina di forsennata fiamma; e fremette il sedicenne Cetego maledicendo alla beltà materna.

E sangue, scellerato sangue, apprestò quella danza.

V. L’IRA DI CETEGO.