Come cessò quella danza fatale, cui susseguì un urlo d’applausi baccanti; e intanto che si disponevano a novi balli, novi attraenti côri di alfesibee e alfesibei, Giulio Cesare fermò Catilina.

— E perchè, gli disse, ti aggiri irrequieto e terribile, così che sembri un tigre bramoso?

— Tengo l’averno qui — quegli rispose, premendosi il cuore col pugno serrato.

— Ma e la gloria della donna tua non ti lusinga invece? non ti accomuna agli Dei?

— Sì, tutto che vuoi.... se non vivesse quell’irto cignale di fanciullo che tu vedi or là... in fondo...

— È il figlio di lei. — Impara dunque a sopportarlo.

— Lo tentai; mi feci acuta violenza; ma colui non sopporta me... nè la madre... e un dì fu sì feroce e codardo che la percosse in volto. Però ei deve andar sotterra, e presto.

— Ami tu Aurelia davvero?

Catilina guatò Cesare con lampeggiante pupilla, e:

— Tu me lo chiedi?... Roma, l’Italia, il mondo, tutto che sta in cielo e in terra, manderei in isfacelo io... per questa donna, a me, oltre ogni umano pensiero, dilettissima. E così dicendo, strinse della propria con sì tenace stretta la mano di Cesare, che questi ne diè segno doglioso in un fuggitivo aggrottare del ciglio.