— Sono con te, soggiunse; ma già ti avviso che tu alimenti impossibili speranze. Non c’è altro che il ferro, nè altra dea che Nemesi a cui mi affidi.
Cesare precedette, recandosi sopra un terrazzo del giardino pensile. Cetego il seguiva; ma il giovinetto Clodio gli si attraversò allora dicendogli:
— Che vuol Cesare da te?
— Lo saprai.
— Bada che i miei servi son pronti.
— A che i servi? Basto io solo in ogni modo.
— No, Cetego. Colui ha sempre seguaci numerosi di notte. Provvedi a te.
— Ora attendi. Tosto ritorno.
Il palazzo di Sempronia sorgeva sovra un dei più alti declivi del monte Palatino. Dal terrazzo ove Cesare erasi recato, vedevasi gran parte della sottoposta Roma, quella segnatamente che da porta Romanula si estendeva fino alle stazioni dei municipj. Nereggiavano sull’azzurro cielo in gigantesche proporzioni la basilica Porcia e la Opima e la Fulvia Emilia; illuminate dalla luna, potevansi contar le colonne del tempio degli Dei Penati e di quello di Castore e Polluce e della curia Ostilia. Cesare, a guisa di chi vagheggia un latifondo cui sospira di possedere, osservò, prima di parlare a Cetego, quella maestà romana accresciuta dalla notte e dal cielo profondo e dai confini indeterminati pel giuoco delle tenebre in contrasto colle varie ed ampie macchie bianche della luce lunare. — E questa posò sulle figure di Cesare e di Cetego, tagliando il viso di quest’ultimo, di maniera che la parte inferiore era in ombra, spiccando netta la superiore, la quale pareva uscire, come di soppiatto e sospettosa, da una selva densissima di capegli a larghe anella, che, al par di quelli che si vedono nel busto di Lucio Vero, aveano la loro radice a mezza fronte, e insieme coi sopraccigli congiungentisi fitti all’inizio della linea nasale, davano un aspetto terribilmente fantastico a quella testa giovanile, cui Cesare artista ed esploratore di caratteri guardò a lungo; e in guardarla, parea pensasse: Or vedo che le mie saran parole al vento.
— Dimmi, o Cetego, entrò primo a parlar Giulio Cesare, hai tu fiducia in me?