— No.
— E perchè?
— Per corrispondere all’odio suo...
— E come puoi credere ch’ella t’odii?...
— Insultando alla propria fama, ella insulta alla mia... però mi odia...
— In che modo insulta alla propria fama?... Il suo nome echeggia dovunque in suon di lode...
— E di che lode mi parli tu?... mal t’infingi, o Cesare... e concedi troppa importanza al fatto che nella vita mi precorri di sette anni. Ma pensa che la mente mia è forte e scaltrita, come è virilmente muscoloso codesto mio braccio gladiatorio. Guarda, o Cesare — e squassò al chiaro di luna il suo braccio dritto, di sì poderosa apparenza, che se allora vi fosse stato il dinamometro, esso ne avrebbe di tratto oltrepassato la misura.
— Se la densità delle braccia fosse espressione d’intelletto..... Ercole sarebbe Apollo..... Ajace avrebbe cantato Ilio invece di Omero.... Burro, il gladiatore, tuonerebbe dai rostri come Tullio.....
— Degli altri io non so... Ben di me so questo... che mi sento uscito d’adolescenza, e, precorrendo natura un buon tratto, or mi trovo compiuto sì di fuori che di dentro e nel corpo e nell’animo al par di chicchessia... E guai a chi s’attentasse insultarmi.
— Lode a te, o Cetego; ch’egli mi sembra sii stato battuto all’incude, dove già stridette il ferro di Mario. Or se tu sarai quel che or sembri, Roma dovrà gloriarsi del nome tuo.