Queste cose diceva Cesare; ma nell’intimo provò in quel punto per Cetego la stessa inesplicabile avversione che Silla aveva sentita per lui; ma Silla aveva palesato quel che Cesare dissimulò con arte profondamente lusinghiera, intanto che a Cetego porgeva la mano, la quale non fu respinta, ma nemmeno accolta dall’arcigno fanciullo che tosto soggiunse:
— Non posso stringere la mano che stringe quella di Catilina. — Anche di ciò mi loderai, o Cesare?
— Ammiro la tua sincerità selvaggia, non l’errore del tuo giudizio...
— Io detesto Catilina, assassino e fratricida. E tu, Cesare, ti contamini della sua velenosa dimestichezza.
— Tu non lo conosci; nè conosci i fatti che detesti. — Ti do tempo sette anni a darmi ragione.
— Nè sette, nè settanta. Odio quell’uomo, e l’odio mio è fatto disprezzo. Però da questo punto, guaj se egli s’attenta di riporre il piede nella casa degli avi miei. Sulla soglia di quella io farò di lui quel ch’ei fece di Gratidiano in riva al Tevere. Lo giuro ai numi dell’Averno; ad essi consacro il suo capo scellerato.
— Ma dimmi, o Cetego, hai tu il diritto di vietare alla madre tua di venir sposa a quell’uomo che più le piace?
— Ne ho la volontà, se non ne ho il diritto; se poi tu parli di Catilina, anche il diritto è con me.
— E credi che Aurelia tua madre debba obbedire a te, quasi a padrone?
— Non a me padrone, ma più che a padrone, al tiranno onore. E in forza di questo io comando nella casa dei Cetegi.