— E Servilia? Non pensi a Servilia?

— È a lei che penso, e se Catone mi è avverso, non è già perchè io sia Cetego, ma perchè sono il figlio dell’amante di Catilina.

— E se io parlassi, e se Catone non opponesse più l’inesorabile sua parola ai desideri tuoi... e se la divina Servilia diventasse tua moglie.... allora, pago di te stesso, non ti placheresti con tua madre, col suo marito futuro?...

— Marito futuro? Ma chi è, ma chi ha ad essere costui?

— Non andare in escandescenze, o giovinetto; e giacchè ti credi già degno della toga virile, fa che a me non sembri di soverchio la tua pretesta. Or su, dêssi far senno e provvedere al tuo avvenire, pel quale già temo.

— Altri piuttosto dee tremar per il proprio.

— Tu sarai padrone nella casa tua. Io farò in modo che l’intero asse paterno venga tosto nelle tue mani; nè altri ti debba più governare. Questo ottenendo, come puoi tu pretendere che altri debba essere tuo schiavo?

— Non m’importa nè d’asse paterno, nè di libertà, nè di padronanza, nè d’altro; quel che ho detto, ripeto, e quel che voglio, esser deve. Intanto, io ti prego, o Cesare, di riferire a Catilina, che se questa notte pensasse mai di toccar la soglia della casa dove io sto.... là si fermerebbe cadavere, nel proprio sangue immerso.....

— Ti credetti acciajo da Mario... Or non mi sembri che zanna da tigre. Però ti rinselva, e fa la tua strage se ti riesce. E Cesare, senz’altre parole e senza saluto, lasciò Cetego sul terrazzo.

Le danze proseguivano. Cesare attraversò le sale, venne a Catilina, e: