— Sia. Ma or vedo là Catone. Voglio parlargli; e mi par che stia levando dal seggio la sorella Servilia. Colui affetta di non tener cocchio, a pompa d’austerità e ad imitazione dell’arcavolo; — così il piè leggiadro di lei dee inzaccherarsi, per la stranezza fraterna, nel fango tiberino. — Ma ciò mi dà il pretesto di farmi loro compagno lungo la via, sì che Cetego ne sia disciolto. Vo’ sentire quel che di costui pensa Catone. È affar di breve ora. Dalla casa di Catone, ritornando, terrò la via più dritta e più breve... Tu, se ti rechi al palagio d’Aurelia o al tuo, fa di fermarti in veduta della via Sacra.
E Cesare lasciò Catilina, e volando a Catone, che già pareva partirsi con Servilia, e prevenendo Cetego che veloce le si accostava:
— Or esco teco, o Catone, se me lo concedi, che di grave affare ho a intrattenerti. E prima ti supplico ad attender qui un istante, che del breve indugio mi darà venia Servilia tua; Servilia, raggio del cielo.
Catone non disse nè sì, nè no. Ammiccò del viso alla sorella, quasi a dire: che tedio!... pur si dee aspettare.
E Cesare cercò allora di Sempronia, che erasi ritratta con Aurelia, la quale tutta affannosa, le stava parlando.
— O Aurelia, Cesare le disse; vengo per ammonirti di non ti staccar mai per questa notte dal fianco di Sempronia.
— E che altro avvenne? Oh parla. Io tremo ancora dei feroci propositi di Sergio. E Cetego mi fulminava or ora con sanguigna pupilla. O Dei!... — e Aurelia cadde in ginocchio, e aggiunse palma a palma, e protese lo sguardo in alto e pronunciò preghiere.
— Circondati di calma, o Aurelia, esclamò Cesare, e in me ti affida. Ed or salvete, o donne.
Così le lasciò, venne a Catone e del braccio sostenendo Servilia tra la folla che si accalcava agli esiti del palagio, passò innanzi a Cetego fermatosi per salutar Servilia, la quale gli rivolse un lungo sguardo, da cui parevano uscir parole chiarissime di rimprovero amaro e di cocente desiderio.