Cesare accompagnava Servilia, sorreggendola del braccio, con eleganza molle che non pareva promettere il futuro mangiator d’erbe condite in olio guasto. Eppure la futura cortesìa resa alla agreste cordialità degli abitanti del cisalpino villaggio, aveva un nesso con quella eleganza comandata dall’eccezionale istante e dalle braccia olimpiche della attraente Servilia. Accanto al giovane Cesare, col Cesare già tenuto in Roma nelle sfere dove la dea Voluptas avvolgeva la gioventù delle sue rosee nubi, veniva Catone, chiuso in sè, severo, col capo basso, tutto ad angoli e a cateti, come il teorema di Pitagora. E a lui disse Cesare:

— Catone, mi son proposto di commuovere la tua sapienza che ha tre lustri più della mia e accenna alla natura del diamante, la quale taglia e non si lascia mai tagliare.

— Parla, o Giulio.

— Puoi tu permettere, o Catone, che in codesta già tanto infelice e contaminatissima Roma, debba avvenire una scena turpe di sangue, essendone provocatori e volendone essere autori uomini della classe più insigne, e pur essi insigni di qualche virtù?

— Non so nè a chi accenni, nè a che; però parla più chiaro.

— Chiaro io ti parlerò, e così che me ne farai rimprovero. Concedi adunque, e tosto, che Cetego impalmi Servilia.

Catone lo guardò senza rispondere. Servilia accennava a Cesare di non proseguire.

— Tu avresti dovuto parlarmi di questo fuor della vista e dell’udito di costei; pur ti ringrazio d’aver fallito alla più volgare prudenza, perchè di tal modo parlerò una volta sola invece di due.

— Fu dunque alta prudenza la mia e profonda cognizione dell’indole di Catone se omisi i riguardi che ai mezzi uomini si concedono. E Servilia, se è tua sorella, deve essere di tal tempra da non isgomentarsi di cosa nessuna, e avere il diritto di sapere ciò che la riguarda.

— E lo sappia.