— Perchè dunque tu, suo tutore saviissimo, le contendi la sua felicità suprema?
— E in che fai tu consistere la felicità?
— Nel conseguimento dei propri desiderii.
— Va bene. Ma qual tempo tu concedi ai desiderii, perchè debbano considerarsi atti di ragione e di salute, e non già di esaltazione e di febbre?
— Non occorre il tempo per giudicar della ragionevolezza del desiderio. Cetego, giovane ricco e patrizio, ama Servilia adolescente, beltà meravigliosa, sorella di Catone. Se qui non trovi la ragione compagna dell’affetto, dove la cerchi tu?
— La cerco nella durabilità del contento. Ma Cetego sarà figliastro dell’aborrito Catilina, onde tu già vedi quanti guai futuri. Ma anche senza di questo, Cetego è tal tempra che riesce insopportabile a me, che voi tutti, pel mio rigore, chiamate insoffribile. E costei, questa fanciulla, questa bizzarra creatura, per la forma decòra impasto d’Ebe, come espressero le tue parole, ma pur anco impasto di Nemesi e di Lubenzia, come io ne so, mal verrebbe opportuna a colui che tiene la cervice di porfido e il cuor più duro della cervice, e aspira già al dominio e ad essere inesorabile con tutto e con tutti, pur non varcando i tre lustri che di un anno solo. Però se Giove lo fulminasse, lo giuro a te, o Cesare, io farei ecatombi a Giove. Se Cetego vivrà, tutti saremo schiavi... tutti, e tu pure, o Cesare giovinetto, che io non amo per la stessa causa onde aborro colui... Ma tu hai i capelli di seta e la pelle lucente, quasi argilla di Cipro, onde lusingandomi che Venere possa assassinar Marte, ancor ti sopporto. Tu non potrai mai negare la sincerità del mio labbro.
— Ti ringrazio, o Catone, che tu mi stimi oltre il valore. Ma di ciò sarà giudice il tempo. Ora, solo mi preme che tu veda la sincerità onde mi faccio intermediario fra te e Cetego. Io desidero stornar delitti, e tu vuoi alimentarli; però non so bene qual più valga del tuo senno maturo o del mio che gl’inconsapevoli potrebber credere acerbo.
— Qual senno tu abbi non so; ben so che di raggiante intelletto ti fe’ dono l’arcavola tua. — Ma verrà giorno che mi giudicherai; e questa Servilia, al cospetto della quale, pel grande amore appunto ch’io ho per lei, ora sembro crudele, mi chiamerà pietosissimo invece e salvatore suo. Non so se Cetego vivrà, perchè i violenti trovan sempre morte innanzi tempo, ma s’egli mai avesse a vivere vita completa, avventurati coloro che si saranno involati al suo dominio. Ricordati, o Giulio, di queste mie parole.... e salve. La mia dimora mi attende, e il diluculo è presto. Catone il censore, la gloria della casa nostra, nacque là in quel cadente palagio, dove io nacqui e costei e il fratello mio, che pure io amo di profondo amore, e pei quali, dopo questa mia cara Roma, che sarà eterna, tutto io darei. Inflessibile mi credete, e lo sono, e comprendo gli affanni di questa giovinetta amante non scaltrita; ma a chi più costi la mia inflessibilità, tu lo considera, o Cesare, guardando le mie lagrime, che a dispetto mi prorompono dagli occhi. E guardami tu, o Servilia, e perdona alla mia crudeltà, perchè è fatta d’amore. Salve, Cesare.
Catone andò innanzi; Servilia, salutando, guardò Cesare con lunghissimo sguardo, e in esso v’era l’amore per Cetego, amore che parea presentire la morte; e v’era, nel tempo stesso, il primo vaghissimo afflato di un affetto novo, che, per arcani processi, spuntava allora allora dall’inconsapevole cuore.
Cesare, rimasto solo, nel silenzio della notte, rimeditando la figura tutta di Servilia, quasi pittore che volesse colorire un ritratto senza guardar altro e non fidandosi che dell’abilità della mano interprete della tenace memoria, dimenticossi della moglie pur giovine e bella, in quei giorni primaverili ridottasi a Tivoli per usufruire aure più salubri: se ne dimenticò e pensò a Servilia, e considerando quella grazia soave e quella greca gentilezza di forme, e quella pelle pastosa e fragrante quasi fosse migliaccio e mandorla insieme; e quell’occhio ineffabile dove il lampo dell’intelletto parea asperso di voluttà, sentì gli assalti d’una voluttà eccedente, la quale essendo per la prima volta cesarea, toccava un ideale non comprensibile se non da chi alla natura di un poeta concitato al sublime confederasse le effervescenze di faunina protervia; la quale appunto si rivelava nel labbro tumido del giovinetto Giulio. Assorto in tali pensieri, progredì la via.