Il palagio di Catone, poco oltre il simulacro di Venere Claucina e le taberne argentarie, prospettava la via Sacra tra il foro Pescatorio e il tempio di Giano superiore.
Cesare, sostato un istante, sentì un lontano suono di voci e grida. Accelerò il passo. Ei non aveva daga, chè quando non militava avea per costume di non portar mai armi. Venne a’ primi limiti della via Sacra. Protese l’orecchio, sentì suon di ferri, e apponendosi al vero, accorse. Or che cosa era avvenuto?
Catilina, prima di lasciar la casa di Sempronia, erasi recato presso di lei, per levare Aurelia e accompagnarla, in cocchio, al palagio dei Cetegi — chè Cesare non gli aveva detto nulla di quanto avea raccomandato ad Aurelia stessa.
— Le aule si vanno vuotando, e tu rimani, Aurelia? così le disse Catilina con una blandizie d’accento, che parea venire da tutt’altro apparato di voce.
— E che?... Cesare mi pregò di non staccarmi dal peplo di Sempronia.
— Ringrazio Cesare del pietoso consiglio, e più dell’averlo taciuto a me, chè ben sapeva l’avrei respinto. Ma la moglie di Sergio Catilina non deve involarsi a pericolo nessuno. Pensa, Aurelia, che io testè giurai a Cesare che domani innanzi all’ara noi saremmo consacrati marito e moglie. Or quel che io giurai a Cesare puoi tu giurarlo a me?
Aurelia taceva...
— Puoi tu giurarlo a me? ripeteva Sergio quasi ruggendo.
— Giuralo, disse ad Aurelia la virago Sempronia.
Aurelia si scosse e: