— Non è bisogno che nè tu, nè questi mi sollecitiate. Quel che già dissi, esser deve. Quest’uomo fortissimo sarà il marito mio. — Lo giuro ai numi — e già lo è, senza che un’ara splenda d’inutile fiamma. Prendi, o Sergio, e stringi la mia nella tua mano; basti quest’atto per attestare a tutti ch’è indissolubile il nodo.
A tali parole il volto di Catilina raggiò d’insolita luce, baciò in fronte Aurelia, baciò sulle gote Sempronia.
— Ed ora si vada alle tue case, soggiunse ad Aurelia, ed io verrò teco. Cetego morente ti lasciò, finchè tu vivi, l’utile dominio di essa. — Ti assidi adunque padrona là donde vorrebbe scacciarti lo scellerato figliuolo.
E il figliuolo, non scellerato, ma caparbio, avendo visto uscir Cesare, e indarno aspettando la madre e non sapendo imaginare dove Catilina si fosse recato, si partì dal palagio di Sempronia insieme con Clodio.
Partì stretto al braccio del veramente scellerato suo amico, d’indole felina; e d’uno in altro passo, seguito dalla canaglia romana che l’amico assoldava, sen venne all’avito palagio. Toccò la soglia Cetego e chiese all’ostiario, che era un negro dell’Abissinia e già parlava la lingua del Lazio:
— È rientrata la madre mia?
— No.
— E nessun altro?
— No.
— Più non comprendo, o Clodio, allor soggiunse all’amico, il quale ascoltava tacendo e irrequieto che già non ci fosse cagione da menar le mani.