Catilina non rispose che col terribile suo sguardo, e non fece un passo innanzi per allora — parea perplesso; Cetego guatava fisso Catilina e stava, come tigre, per balzargli addosso, ma non si mosse per allora — anch’egli parea perplesso; Aurelia, alzatasi, stringeva di una mano il balteo dorato del cocchio, tenendo il dritto piede in quello, e il sinistro a terra, incerta di quel che si facesse, e cogli occhi spalancati e vitrei e fissi al figlio che non guardava lei. Ci fu istante in cui il silenzio fu così profondo, che quella folla densissima d’uomini parean larve inanimate, e a pochi passi fuor di quella scena sariasi detto che là c’era solitudine.

Ma a un tratto:

— Eroe assassino, gridò Cetego, eroe di rapine, eroe drudo. Se le leggi non stessero là inutili e disprezzate, deposte indarno nelle arche del Tabulario, tu già da tempo saresti stato strangolato nei sotterranei del carcere Mamertino. Ma non solo assassino, ma non solo ladro, ma non drudo solo, ma vile tu sei, chè non hai cuore di avanzarti d’un passo.

Catilina ruggì a quei detti, e, tratta la daga, si slanciò di tratto su Cetego, che, pur colla daga stretta in pugno, lo attese imperterrito, immobile; e il fortissimo colpo di Catilina parò col braccio fortissimo. Aurelia si ritrasse in cocchio gridando: — T’arresta, o Catilina, per colei a cui sagrifichi io ti scongiuro. — Non ferire, o Cetego, per l’ombra del padre tuo ti supplico in ginocchio.

Catilina, a quelle supplichevoli grida, sentì fatto più debole il ferro di Cetego, che fu invaso da un orror sacro udendo invocata l’ombra paterna; e certo avrebbe potuto ucciderlo allora, se anche a lui il ferro non fosse crocchiato in pugno, chè si sgomentò di uccidere il figlio di colei, per amor della quale avrebbe ceduta l’ambita Roma ai nemici. Intanto la turba degli schiavi di Sempronia, sguainate le armi, si strinsero intorno a Catilina, come per proteggerlo; e incontanenti fecero lo stesso i servi di Cetego, il quale si vide accerchiato da tutte le parti, gridando tra gli altri un gladiatore: — «Io, io, mi batterò per te. Non c’è nessuno più forte di me in Roma.»

La rauca voce millantatrice del gladiatore non indarno fu intesa dai gladiatori di Sempronia, che si sentirono offesi per sè medesimi.

— E or la vedremo, gridò uno fra tutti, e avanti, e penetriamo le porte.

E le due schiere avverse si slanciarono contemporaneamente l’una sull’altra mandando un urlo, che rintronò assai lungi. Così tanto Catilina che Cetego rimasero serrati in mezzo, come se comandassero un battaglione quadrato.

Fu allora che Cesare, staccatosi da Catone, a quell’orrendo urlo accelerò il passo, e più e più procedea veloce come l’Apollo d’Omero, il sagittario Apollo, quando nella sua terribilità s’affretta a saettare il campo acheo. Procedea, non armato, agitando colla destra una verghetta elegante ch’egli solea sempre portar seco. Era quello un costume dei più eleganti giovani di Roma, quando, svestite le armi, passeggiavano la città. Chi la avea d’avorio, chi d’ebano, chi d’argento e d’oro, chi d’altre materie. Quella di Cesare era fatta con osso di crocodilo, e avea la virtù di esser duttile ed infrangibile; all’estremità di quella elegante verghetta luccicavano al raggio lunare due palle d’oro; ma non erano d’oro altrimenti, eran di piombo.

Tutto era calcolato nelle abitudini di Cesare. Mescolandosi egli spesso nelle taberne colla più turpe feccia romana, trovandosi sovente a tu per tu con qualcuno dei gladiatori stati messi in libertà, ubbriachi di falerno guasto, e però facilissimi agli insulti ed alle risse, egli comparendo non mai armato, era però sempre più armato degli altri; e avea l’arte di non lasciarsi mai uscir di mano quella verga e di non lasciarla toccare nemmeno ai più fidati amici.