— Parti dunque, o scellerato, gridò allora a Catilina l’imberbe Clodio scelleratissimo.

— Parti, o Catilina, gridò medesimamente il gladiatore che primo colla sua millanteria aveva suscitato la pugna.

Catilina sentendosi così insultato da uno schiavo, non ebbe più ritegno, e gli si gettò addosso. La lotta era orribile.

Ma Cesare accorse, e percosse di tal forza il cranio del gladiatore, che quello fu visto procumbere tosto al suolo, come il toro virgiliano sotto al cesto d’Entello.

Allora Cetego che amava quel suo fedelissimo schiavo, già tanto caro al padre, si avventò furibondo su Cesare che si scansò, percuotendo nel tempo stesso il braccio del giovane; e accorreva Catilina in soccorso di Cesare, e un nugolo di servi da una parte e dall’altra si azzuffarono in orrenda miscela. Mandava acute strida Aurelia dall’alto del cocchio. Sempronia, la virago Sempronia, eccitava i proprj servi a difendere Catilina. Servilia domandava ad alta voce Cetego, che non sentiva più nessuno. E la pugna continuava; e Cesare, Cesare stesso in quel punto più valoroso che assennato, armato la sinistra della sua verga, la destra di una daga che aveva raccolta da terra, faceva strage a destra e a sinistra, invulnerato sempre. Ma nel turbinío della mischia, Catilina cercava sempre di Cetego, e Cetego di Catilina; ond’essi si trovarono ancora dirimpetto e si azzuffarono. Ci fu un punto che Cesare era rimasto solo, chè tutti gli eran caduti d’intorno; e allora s’accorse di Servilia che a gran voce continuava a chiamar Cetego, e vedendo Cesare, passò imperterrita sopra i cadaveri e:

— Salvami Cetego, o Cesare, gli gridava; tu lo puoi.

— Non lo posso.

— Ah spietato!

— No.

— Ahi, Catilina gli è sopra.