— Pietà, Catilina, gridava Aurelia.
Ma la daga di Catilina penetrò in quel punto nel petto di Cetego, e questi cadde colla daga infissa.
In questo istante affannato e cupo giungeva sul luogo Catone, il quale, saputo di Servilia uscita, accorse là sospettando; e in mezzo a tutti quanti, alla caduta di Cetego fatti immobili e muti, stette muto anch’esso, e vide Aurelia balzar dal cocchio e accostarsi al figlio e inginocchiarsi e piegarglisi sopra.
— No, madre, va. Io scendo a trovare l’ombra del padre mio. Va. — Io ti consacro ai numi dell’Averno.
E in quest’istante, volendo i servi estrargli la daga dal petto:
— No, disse, la vita ne uscirebbe tosto col sangue. Rammento Epaminonda. Ma prima di morire ho bisogno di dir parole a tutti.
Aurelia, sempre in ginocchio, rigate di largo pianto le guancie, guardava il cielo.
— Romani, quanti siete qui: io muojo e appena ho varcato il sesto e decimo anno. Catilina, uccidendo me, si tolse dinanzi colui che certo gli avrebbe vietato di assassinar la patria, ch’egli ha in animo di ferire, come già fece con Gratidiano e col fratel suo. O Catone, che or vedo qui, a un morto puoi credere, giacchè a me vivo non credesti mai. Ma la tua sapienza fu inutile per me, chè non giungesti a comprendere qual anima forte si celava dentro a questo corpo. Io idolatrava questa mia Roma, al par di te e più di te, o Catone, sebbene così giovane; e la idolatrava come si fa con chi, piagato già da orrende sventure, pur ci accorgiamo che il fato gliene prepara di irreparabili. I suoi assassini vivono tutti, ed io muojo, io che forse l’avrei salvata. Giovane io sono, ma molte cose io vidi e previdi e so e prevedo. Cassandra era giovane. — In questa patria mia infelicissima, tutta infestata di ambiziosi, di fedifraghi, di concussatori, di ladri, di traditori, di meretrici uomini e donne, io muojo incontaminato; il peccato non mi toccò; e così io mi serbavo, perchè senza la virtù dell’animo e senza il corpo fortificato dalla fisica virtù, nessuno potrà aspirare ad amar la patria ed a salvarla; il maestro mio, parlandomi di Socrate, mi disvelava tutta la sapienza di quell’Uomo Nume. Ed ecco perchè mi percuotesti a morte, tu primo, o Cesare. Tu mi temevi, e tu, non so con qual potenza furiale, mi fiaccasti il fortissimo braccio, che poi non resse a quel di colui che là mi guata; e certo ei sarebbe caduto primo, se tu non eri, o Cesare.
E tacque; e Servilia, neppur trattenuta da Catone, gli si accostò allora, singhiozzando e tentando indarno di parlare.
— Non piangere, Servilia, esclamò Cetego. Va, va in pace. — Tre lustri tu conti appena, e Venere ti colmò dei suoi doni. Va. — Altri ti ameranno; altri amerai tu.