E intanto il cadavere di Cetego fu trasportato nella sua casa; il giovane Clodio, non avendo Cetego nessun parente in Roma nè prossimo nè lontano che gli chiudesse gli occhi e la bocca, come voleva il rito, adempì al funebre ufficio, chiamandolo ad alta voce e più volte per nome, quasi tentando di richiamarlo in vita, così pure richiedendo la consuetudine; e il cadavere fu lavato e profumato dai pollinctori, e poscia venne esposto nel vestibolo della casa coi piedi rivolti verso la porta; e un vaso d’iridescente murrina colmo di acqua lustrale fu posto vicino al capo dell’estinto, che tutta Roma accorse per vedere; e gli accorsi, segnatamente le donne, si aspergevano di quell’onda per purificarsi.
Tre giorni stette esposto così, dopo i quali preceduto da suonatori di flauto accompagnanti le nenie, e dalle piangenti prefiche, da donne bianco-vestite e redimite il capo di corone, da una folla d’amici e conoscenti, tutti guidati dai designatori portanti torcie, e tutti cogli occhi fissi sull’arcimimo, il quale procedeva accanto alla lettiga dov’era il cadavere e portava una maschera che ne ritraeva le fattezze; perchè Cetego era patrizio e avea il diritto dei ritratti (jus imaginum) accanto al feretro; i vespilloni recavano i busti del padre e degli avi suoi. Il convoglio attraversò il Foro, dove si fermò, e qui il giovinetto Clodio, salito sulla tribuna, ne recitò la laudazione; il più virtuoso dei giovanetti, il solo forse in tutta Roma che fosse senza labe, doveva essere lodato da colui che, già perverso e soltanto amato da Cetego perchè dissimulatore seco, dovea poi recare al colmo la scelleraggine romana. Ma Catone, conoscitore di Clodio, salì anch’esso dopo lui la tribuna, quasi a placar l’estinto avendo la coscienza della propria virtù; e Catone discese in mezzo ai gemiti degli astanti; e il convoglio stava per procedere quando Cesare, attraversato il Foro, improvvisamente, con meraviglia di tutti, salì la tribuna. I cittadini ch’erano accorsi nella notte della lotta funesta, e assistendo alla morte di Cetego, avean sentite le sue parole estreme accusanti Cesare qual prima cagione della morte sua, bisbigliarono al primo e quasi furono per prorompere in tumulto alla comparsa inattesa di colui pel quale Cetego era morto; ma il giovane Cesare, girato intorno lo sguardo imperterrito e pieno di una calma sicura e fidente che conquideva, comandò il silenzio e parlò:
— O Romani, o Roma tutta, chè vedo il Foro non bastare a contenere quanti ella aduna di cittadini nobili e grandi e virtuosi e pietosi. Voi avete bisbigliato al mio primo apparire; e il bisbiglio mi parve fosse per tramutarsi in contumelia. Nè io mi lagno. Una voce mendace corse per tutto ad accusar me della morte di questo più che sacro tra i giovanetti mortali onde Roma, s’ei fosse vissuto, sarebbe stata ancor più gloriosa e più forte; e, quel che meglio era da invocarsi, la gloria e la forza sua, per virtù dell’anima divina che infiammava queste strenue membra che qui giacciono senza vita, non avrebbero mai più avuto da temere gl’invidiosi fati che a tanta gloria e a tanta forza or vorrebbero far guerra, aiutati dagli scelleratissimi che, non idolatrando che l’utile proprio, vedrebbero senza turbamento messa tutta a soqquadro la sacra patria. Se questo io penso e dico e solennemente proclamo, poteva io volere la morte di questo giovane, che primo io compresi ed additai ad altri? Promessa di Marte io lo chiamai, e con questa lode che la verità e la giustizia mi dettavano, io tentai di trattenerlo, deviando la bollente ira sua da propositi non degni di lui. Tutto quello che per me si poteva io feci a stornare l’orrenda sciagura che, preveduta da me, pur troppo, venne. Io supplicai Catone, il virtuoso Catone, a conceder la mano di Servilia a Cetego, perchè nel soddisfacimento del desiderio amoroso, ogni ira svanisse e il sacro giovane fosse conservato a Roma. Catone è qui; Catone conobbe dopo di me il grande animo di Cetego; Catone or ora vi comandò le lagrime. Ed egli non sa mentire. Interrogate or dunque lui se quel ch’io dico è il vero.
— Catone, con voce profonda: — è vero, disse.
La folla si raddensò allora e strinse più fitto il cerchio intorno alla tribuna donde parlava Cesare.
— Che più? esso continuava, quando dalla casa di Catone sentii l’orrido urlo notturno della battaglia funesta, m’affrettai per fermarla. E, gettatomi nella mischia, supplicai Catilina a partire di là; supplicai Cetego ad entrare nella casa sua; li supplicai colla voce aspra dell’ira che il mio timore e la mia pietà rendeva imperterrita. Tu Clodio, che sei qui, e strenuamente aiutasti l’amico tuo nella lotta sanguinosa; per l’amore dunque che portavi a questo giovinetto, proclama ora al cospetto di quanti son qui la verità delle mie parole.
— La proclamo, gridò Clodio, non iniquo in quel punto; e, volgendosi alla folla, Cesare dice il vero, continuò, credete a lui; Cesare voleva salvar Cetego.
— Sì, voleva salvarlo con pericolo mio, e se io non paravo il ferro di Cetego che già mi era addosso per squarciarmi il petto, oggi io sarei qui al suo posto. E bene sarebbe stato; chè io dispero di eguagliare così santa virtù; ma l’amor della vita è irresistibile nei mortali, onde mi difesi e lui percossi. E non ero nemmeno armato. Ed or datemi venia, o Romani, s’io parlai di me; datemi venia e considerate che lo feci per mostrarvi ch’io non era indegno di pronunciare il compianto sul sacro suo capo. Ma ogni sua lode stia tutta in queste mie esortazioni che ora rivolgo alla eletta schiera dei giovinetti suoi colleghi che, ammirando e ringraziando, qui vedo, e che insieme con lui dalle labbra inspirate di Antioco Scalonita beveste la divina sapienza di Socrate. E Socrate era il Nume del vostro giovinetto collega, e morendo lo nominò. Vogliate dunque, o giovani, imitare l’estinto amico vostro. Senza virtù, ei disse morendo, non si può aspirare ad amar la patria. Con queste parole sacre ei si fece l’elogio da sè stesso. Fate dunque che riviva Cetego in tutti voi, o giovinetti, speranza della patria. Fategli onore imitandolo. E la luminosa ombra sua, là nei beati Elisi, esulterà sapendo che lasciò di sè così forte amore e così profonda traccia nella sua Roma che tanto idolatrò. —
Cesare discese. L’ammirazione della folla compunta era al colmo.
Il convoglio mosse verso il campo di Marte, dove facevasi la sepoltura dei patrizii; i cadaveri della plebe aveano le loro fosse nel campo Esquilino. Il rogo era colà apprestato; chè dopo Silla e negli ultimi cento anni della repubblica, l’inumazione era stata abolita pei ricchi. Il rogo era costrutto di legno di tasso, di pino e di frassino, ed era coperto di rami di cipresso. Il corpo fu unto di nuovo, e dopo che Clodio ebbe alzate le palpebre e dischiusi gli occhi all’estinto e messogli tra i labbri l’obolo onde pagar Caronte, il cadavere fu messo sulla catasta che incendiata lo vestì di fiamme altissime, le quali lo trasmutarono in cenere e in aride ossa, che, lavate poi con latte e vino, furono deposte dentro un’urna funeraria. Gli ustori la consegnarono a Clodio e a tre giovinetti dell’età di Cetego che dovevano deporla nel mausoleo di famiglia, sorgente lungi da Roma in riva al mare, presso Ponte Gatera. Le tombe dei ricchi venivan quasi tutte erette in riva al mare.