Adempiuto a tal rito, il sacrificatore immerse un ramo d’ulivo nell’acqua lustrale, ne asperse gli astanti ad intento di purificazione; finalmente la prefica princeps: — Ilicet, pronunciò ad alta voce, e significava ire licet; e un lungo e suonante vale pronunciarono in risposta più migliaja d’astanti che tosto partirono; e Clodio e i tre giovinetti, saliti in cocchio ed abbraccianti l’urna viaggiarono per Ponte Gatera.

Tre giorni appresso nel vetusto palazzo di Cesare, che pur sorgeva sul Palatino e dove dimorava la moglie sua, fu dato il convito funerario; e nove giorni più tardi, nel palazzo di Lucullo, il quale era parente dei Cetegi ed era tornato in Roma due giorni prima, fu data, per compire il rito, la grande cena, così detta la Novendiale. La cena fu apprestata in Apolline, ch’era la più suntuosa delle aule di Lucullo. — Quando i convitati entrarono, i cori espressero un lugubre canto greco, il celeberrimo canto che già Alessandro aveva fatto comporre da Alchemene citaredo e musico per i funerali di Efestione. Tutti i convitati erano avvolti in un manto nero e stettero in piedi ad ascoltare un compianto che Lucullo disse in greco, perchè era presente il filosofo Antioco Scalonita che non conosceva la lingua del Lazio. Allorchè Lucullo si tacque, una fanciulla tutta velata a bruno ed a cui due altre fanciulle, pure in gramaglia, tenean sollevato il peplo, girò intorno intorno porgendo a ciascuno quel medesimo vaso di pietra murrina che, già deposto presso il cadavere di Cetego, avea contenuto acqua lustrale; e in quel momento era colmo invece di falerno consacrato all’ara di Bacco, e sorseggiato prima dalle rituali labbra delle vergini vestali. Quei vasi di pietra murrina eran stati portati per la prima volta in Roma da Pompeo, e li avea consacrati a Giove Capitolino. Un sol vaso di quella pietra, volendolo la gara ambiziosa dei ricchi sfondati, costava ingenti somme. Quello che allora girava intorno, era costato ottanta talenti, quasi mezzo milione di lire italiane; e in seguito costarono ancora di più. Nerone ne acquistò uno per un milione e mezzo. Il delirio degli acquirenti era generato dall’ignoranza della materia onde constava quella pietra, varia di colori, ma più di rosso e di bianco e di un terzo colore senza nome, ma fiammeggiante e che, lumeggiando gli altri, produceva le tinte dell’arcobaleno. Que’ vasi venivano tratti dall’Oriente e segnatamente dalla Parzia. (Oriens murrhina mittit; maxime Parthici regni).

Adempiuto a codesta cerimonia, tutti i convivi svestirono la gramaglia e comparvero in candida toga. Lucullo disse altre parole, e si assisero. Non erano più di dodici, perchè i Romani, eccettuate le grandi solennità pubbliche dove i convitati non si contavano, non amavan di varcare quel numero; e quando non potevano esser dodici, avevano gran cura di trovarsi nel triclinio in numero dispari, di tre, di sette, di nove. Lucullo, il padrone, collocossi, come voleva l’infrangibile costume, sul letto a dritta in capo del desco. Il letto più onorevole essendo quel di mezzo, vi fu messo a sedere il retore Diodato, settantenne, e ciò per omaggio alla sua gran fama, alle sue virtù, alla sua grave età, ed anche per gli obblighi impreteribili dell’ospitalità; vi sedettero Antioco Scalonita, Filone platonico, e Apollonio rodio, venuto a visitar Roma e dove, venerato da tutti, dimorava da più mesi. Essi furono invitati da Lucullo a quella novendiale per essere stati maestri al giovane Cetego. Crasso sedette all’estremità a sinistra insieme con Cicerone e Sallustio. Catone si assise con Cesare, al quale, essendo il più giovane, fu dato l’ultimo posto che era quello dell’estremità a destra.

L’ebano, il cedro, l’avorio, l’oro e l’argento erano le materie ond’erano contesti e fregiati i triclinj. I cuscini, aspri di gemme, rosseggiavan di porpora a ricami d’oro. Sui tripodi ardevan fiamme diffondenti aromatici odori. E gli uomini assisi a quel triclinio rappresentavano compiutamente la condizione degli ultimi cento anni della repubblica romana, dai quali doveva scaturire tutta quanta la posterità. L’esule sapienza greca, venuta a diffondere in Roma un tal grado di coltura, che attraversando gl’intelletti di Cesare e di Cicerone e di Sallustio, doveva preparare poi il secol d’oro della letteratura latina. Lucullo, stracco di guerre e di vittorie, obeso di ricchezze, reduce dalle spedizioni in Oriente, profondente già il lusso asiatico che doveva corroder Roma e prepararne la decadenza ed apprestare le brache muliebri dell’imberbe Eliogabalo. Catone l’estremo raggio del passato; Cesare la torbida luce del futuro; Pompeo, il trionfo della mediocrità inghirlandata; Cicerone la sapienza onnigena che, circuendo le questioni da tutti i lati, si arresta ognora nel dubbio scientifico e pratico; e s’accosta senza fiducia a tutti i partiti, e non sa a che appigliarsi, e fa ridere di pietà l’ignoranza imperterrita che va dritta come saetta al suo scopo, e s’accampa nelle sedi del genio. Il convivio fu protratto a notte alta. Levate le mense, Lucullo pronunciò un altro discorso nel greco idioma. Il falerno intanto girava in copia, talchè i greci filosofi parean trasmutati in ebriosi Anacreonti; e Cicerone parlava greco, saettando d’obliqui strali intinti d’amabile piacevolezza il Magno Pompeo, che, appena intendendo greco e non sapendolo parlare, faceva umilissima figura in quel simposio, sebbene imperatore laureato; Cesare solo non beveva; eppur s’era assiso accanto al rigido Catone già tutto arrubinato di falerno bevuto a larghe canne. Catone, virtuoso in tutto, solo in ciò eccedeva; Cesare, corrotto, e fallace, e vizioso, e ognora mascherato, quando il voleva, d’iridescenti virtù, in questo solo era irrimproverabile. Ma l’uno doveva morire per la repubblica e non avea timore che i suoi desiderii trapelassero dal sincero lieo; l’altro invece aveva a preparar l’impero, e la tranquilla e cauta linfa doveva mascherare i suoi disegni.

Intanto che i funerei convivi di Lucullo, giocondissimi di falerno più che addolorati per la morte di Cetego, uscivano dall’alto palagio del più ricco allora e più prodigo dei Romani, del prode e grande al pari dei più insigni, del capostipite dei sibariti futuri; e riducevansi alle loro dimore; voci d’ire e d’affanno morale, e imprecazioni furiali, e gemiti e pianti e preghiere udivansi nelle aule dell’eminente Sempronia.

Catilina era uscito dal suo covo di belva e dalle ombre della pineta che facea tetre le sponde di quel tratto del mare Interno; e saputo che Aurelia dimorava presso Sempronia, inaspettato entrò nelle stanze di questa, e inaspettato stette innanzi alla donna che ancora ei voleva, la quale fremette e si alzò alla vista di lui.

— Dunque mi neghi tu, le disse, a quell’atto, Catilina.

— Non io ti nego, no, ma la sventura.

— E tanto amore, e tanto dolore, e tanto sangue sarà stato invano?

— Non fu invano il sangue, pur troppo. Esso ci ha divisi per sempre.