L’onda del popolo romano si apriva all’apparir di lei; gli sguardi si fermavano avidi su quella meravigliosa beltà. Ebe l’aveva soprannominata Cesare quand’ella brillò nelle aule di Sempronia — e parea veramente la Ebe dell’Olimpo d’Omero; chè l’onda voluminosa delle chiome sembrava oro, ma quando l’artefice nel riforbirlo, gli comunica quel colore particolare che par vermiglio insieme e nero, e che i Latini chiamavano feniceo; però il colore della pelle, nella fronte, nel collo, nel seno, nelle braccia, rendeva il candore trasparente dell’alabastro, che tramutavasi in roseo pallido nelle gote; brillando il cinabro schietto sulle labbra ognora semichiuse, per la struttura del naso e nari strettissime, più forse che la perfezione lo comportasse; e nel volto quel che appariva di più insigne era la linea soavissima che girava le parti esterne dell’occhio; occhio di colore azzurro-profondo, e ch’ella girava lento ma luminoso e raggiante come l’aria di Roma; quell’aria singolare che Cicerone ebbe a chiamare lux, sebbene avesse navigato il mare Argolico, e visitata la chiara Zacinto. Di finissimo bisso avea la veste, che secondava con indulgenti pieghe le coscendici dense: quella cadeva prolissa fino ai legami della solea, che lasciava veder nudo il candido piede. La zona tenea d’argento, e la cingeva sì adatta e breve che pel contrasto del fianco ricolmo concitava il sangue dei Quiriti ammiratori. Nude mostrava le braccia fin oltre la spalla; e il bisso aprivasi alla regione delle acsille che le caste alipile avevan detonse.
Cesare passeggiò qualche tempo senza dir parola, assorto nella contemplazione di sì attraente beltà; e così, standole assai presso, e sentendo una fragranza speciale che Servilia effondeva dalla pelle, fragranza come di citiso fiorito, trovò che potè essere veritiero Aristossene, quando lasciò scritto che Alessandro Magno spirava dalla pelle soavissimo odore; e si apponesse Teofrasto quando asserì che ciò derivava dalla fervida temperatura del corpo di lui e dalla concozione che il calore fa degli umori, onde gli aromi nascono là dove più arde la terra. Un tale fenomeno che il caldo giugno potè far palese, più che mai rese acuto in Cesare il desiderio amoroso di Servilia; onde così le parlò allora:
— Ambrosia tu spiri dalle divine membra, o Ebe, più cara di quella che sorride a Giove.
Servilia alzò gli occhi in viso a Cesare.
— Pronuncia una parola, ei proseguì allora; fa che non sia stato invano quanto ti dissi allora che mi hai posto questo alloro sul capo.
— Tu sai, Cesare, la condizione dell’animo mio; che penseresti di Servilia tu, se potesse dimenticar Cetego così?
— Non io ti dirò di dimenticarlo; la memoria di Cetego sia sacra in perpetuo. Pur gli estinti non risorgono; e i doni più che divini onde Venere ti colmò, non debbono struggersi in inutile pianto.
— Non mi tentare, o Cesare; io pavento l’ombra minacciosa di Cetego.
— Ma se Cetego non avesse vinto il tuo cuore, ma se per altri tu non avessi mai sentito, nè oggi sentissi amore, le mie parole sarebbero cadute sì inutilmente dal mio labbro, e sarebbero rimaste là sui gradi del circo, quasi doni spregiati, e non voluti raccogliere?
— Io le raccolsi quando pronunciai il tuo perdono. Però non t’odio io più.... le tue parole mi hanno conquisa; e la virtù della tua mente e l’aitanza sovrumana del tuo corpo, e Venere che brilla in cielo or mi comanda di venerarti. Ma non tentarmi; ancora te ne scongiuro, o Cesare.