E così parlando continuarono il giro pei viali del Pincio, e ritornarono all’ara di Vulcano, dove le Vestali, disposte in circolo, raccolsero nel proprio seno Servilia.
Cesare piegò allora un ginocchio innanzi a lei, che doveva spruzzarlo d’acqua lustrale, come voleva il rito; poi si alzò dicendole sommesso:
— Oggi mi hai imposto il glorioso alloro, e asperso di sacra onda; ma domani verrò a chiederti una fronda di mirto.
Presso al circolo delle Vestali, in mezzo alle quali Servilia si assise, seguendo con lungo sguardo Cesare, che di ricambio saettò lei di uno sguardo profondo, breviloquente, efficace ancor più dei Commentarj che scrisse poi, stavano in crocchio alcuni dei più illustri personaggi di Roma. E Cesare, partendo, s’incontrò in esso. Quel gruppo glorioso nel quale Cesare diè di fronte era costituito nullameno che di Catone fratello e tutore e custode della Servilia-Ebe, di cui ella era indegna ed egli di lei; tanto che non parean i portati di un talamo istesso, e forse non lo eran davvero; tanto la virtù romana, pur nel fitto della più rigida apparenza, si dilettava ad insultar cielo e terra, e obbedendo all’onnipotente natura più che alle leggi che la vendetta senile aveva redatte, mescolava pupille cerulee e pupille nere e colori olivigni e pafici candori sotto un medesimo tetto.
E Lucullo, il glorioso, l’opulento, l’elegante, il dotto, il già inclito per virile beltà, ma in quel punto già scendente pel decimo lustro, e però non più caro alle flore primaverili, parlava a Catone della Servilia sua e gli gridava alto; chè il dio Vulcano gli aveva concesso in quella notte di tuffare le bramose labbra nei dolii colmi di lieo. Gli gridava alto queste parole:
— Solo oggimai io sono; stancata ho la gloria; ed ella ha tediato me; io feci scorrer sangue a torrenti, in onta a Platone divino che aborriva il sangue e malediva a chi lo versava. Ricco son io così, che i re da me debellati mai non arrivarono a tanto. Non ho figli presso di me; e sono estinte o ripudiate le mie molte mogli; riviver dunque io voglio e rinnovare una gioventù artificiale, inaffiando il cuore di sangue riscaldato dalla bellezza e dalla adolescenza non anco sospettata di prepostere colpe. Concedimi dunque, o Catone, la divina sorella tua in consorte. Felicissima io la farò, e tanto più quanto meno io sono giovane; chè l’esperienza lunghissima mi scaltrì a non essere marito importuno e, trascorsa che sia la dodicesima parte del primo anno nuziale, a concedere, vedendo e non vedendo, qualche spiraglio alle future aspirazioni muliebri; poichè a profonda pietà mi commovono le donne dannate all’assidua contemplazione di un sempre egual marito. Ma io saprò involarmi a tempo; e Servilia sarà proclamata felicissima tra le romane donne, se tu, o Catone, me la concedi in isposa.
— Se in te, rispose Catone, parla il volere dell’intelletto e il consiglio del cuore più che lo stimolo transitorio dell’agitante falerno, mia sorella, della quale io sono tutore, sarà tua consorte.
Cesare udì e fremette; chè ben conosceva Catone, il quale le sue forti virtù offendeva coll’avarizia, e bramava di levarsi dell’importuna tutela di Servilia; Cesare per di più temeva che la fanciulla potesse pendere incerta tra lui giovane sprofondato nell’abisso dei debiti, e il ricchissimo e già tanto glorioso Lucullo, ancora bello di volto e di membra pur nella protratta virilità; e che quando Anacreonte lo inspirava, pareva che dal bigio autunno retrocedesse a rinnovare gli aurei giorni dell’estate. Fremette ma dissimulò; e disse parole gioconde a Lucullo e confortò Catone. È inutile proseguire il discorso, ma essi avranno parte ad un avvenimento che sta fra i più famosi che segnalarono l’ultimo centenario della romana repubblica; vogliam dire la congiura di Catilina, che ci siamo proposti di rappresentare e discutere più che superficialmente; e sebbene molti fatti della giovinezza di Cesare, degni di ritrattazione, sieno avvenuti prima della congiura stessa, pur ci conviene, in onta all’ordine cronologico, darle la preferenza; perchè assai cose anteriori rimarrebbero incomprensibili senza la luce delle successive; e ci pare inoltre che i pensamenti di Cesare, le sue aspirazioni e la profonda sua acutezza, e lo sfoggio delle più attraenti e luminose qualità adoperate all’intento del più profondo e longanime egoismo, tutti si rischiarino e prendano rilievo attraverso a quell’uragano, dall’esito del quale dovevano dipendere le future sorti dello Stato romano.
XII. SALLUSTIO E LA CATILINARIA.
Se il monumentale Sallustio avesse fatto il debito suo, le nostre pagine sarebbero oziosissime; ma già lo si disse: Sallustio fece un’opera mirabile per l’arte, insufficiente per la storia; spesso indegna di fede per il suo carattere di libello partigiano, e in taluni passi, in onta alla sua brevità, offrente incertezze e contraddizioni e assurdità tali che possono ravvisarsi dalla critica più volgare. Le orazioni ch’ei fa recitare a Cesare, a Catone, ad altri, sono lavori d’arte oratoria, non mai di politica e storica sapienza; non v’è mai l’utile grandezza, per esempio, delle concioni di Tito Livio, nelle quali, pur sfoggiandosi tutto il lusso accessorio dell’eloquenza, si riassumono nulla meno che interi sistemi d’ordine pubblico, di riforme legali, di amministrazione, di relazioni internazionali. Quelle concioni erano inventate da Livio; ma, inventando, indovinava e spiegava e ricreava i momenti storici e i personaggi. Lo stesso Shakespeare nelle orazioni di Bruto e di Antonio par che conosca Roma più di Sallustio. Nè il solo Sallustio ci costringe a non star contenti al suo detto, sebbene sia il più manchevole ed infido di tutti; ma dopo avere interrogati tanti altri storici per controllarlo e completarlo, ci converrà stare in guardia anche di essi, facendo uso di quella chiave universale e perpetua dell’indagine storica, che è fatta di raffronti e di logica. Quante favole e asserzioni riferite in buona fede dal sommo Livio caddero di tratto, appena quella chiave dischiuse dei segreti non avvertiti e non sospettati prima! Così non potè più esser Lucrezia la cagione della caduta dei Tarquinii, nè la simulata pazzia di Bruto primo, ma l’autorità regia raccomandata alla morte degli Ottimati; ma la fortezza del Campidoglio, che fu per Roma antica quel che furono le fortificazioni per Parigi moderna.