Medesimamente, per toccare di un ordine di cose già da noi trattato nella descrizione del Circo Massimo e dei giochi romani e dei più illustri giovani gareggianti, non potemmo tener fede a quelle parole di Cornelio Nipote: Magnis in laudibus tota fuit Græcia victorem Olimpiæ citari.... quæ apud nos ab honestate remota ponuntur. I circhi antichi di Roma erano costruiti sulle forme dei circhi della Grecia, precisamente come l’Olimpico; e allora l’architettura rivelava completamente l’uso dell’edificio nel tutto, nelle parti, nello scopo. Nel tempo poi che decorse dalla morte di Silla a Cesare, l’imitazione greca, nelle scienze, nell’oratoria, nelle arti, nel costume, erasi in Roma fatta delirio, specialmente per impulso di questo giovine re della moda; per lui vi fu un impetuoso riflusso di democrazia che, trionfando Silla, era stata respinta momentaneamente da un violento regresso dell’intera legislazione romana. I filosofi greci, scacciati dai Sillani, come propalatori di idee sociali, ritornarono in folla nei primi tempi di Cesare, perchè in un sistema di rivoluzione più elementi disparati si connettono fra loro. Così la democrazia greca ajutò forse la ricomparsa dei trofei di Mario. Così anche i giuochi ellenici, imitati con più caldo impeto, dovevano, per la parte che loro spettava, ajutare la nuova alluvione che Cesare meditava; tanto più che egli primeggiava in quei giuochi, e non trascurava occasioni ad attrarre gli sguardi e l’ammirazione del popolo romano e dei militi innamorati della prestanza fisica. Se non che Cornelio Nipote scrisse nei primi anni d’Augusto, quando forse per qualche legge di lui, che pose gran cura nel riformare i pubblici spettacoli, sarà stato conteso ai patrizii di fare di sè mostra nei circhi, e nei teatri pubblici, e la nuova costumanza confuse colle anteriori.
Queste cose noi ridiciamo ai lettori, perchè lungo questo lavoro si preparino ad assistere a un quadro storico il quale vorrebb’essere arte innanzi tutto, ma anche indagine e discussione; e dove l’autore si propone emanciparsi da quella antica legge che comandava di non offendere le credenze invalse per trovare più facile l’applauso; ed introdurre l’arte, pur sempre conservandole il poetico suo scopo, nel campo della critica storica, a cui il lettore deve mescersi per giudicare poi se l’autore abbia avuto torto o ragione. Secondo il primo esempio datoci da un ingegno tanto grande quanto originale e rivoluzionario, non sarebbero più degni d’essere trattati quei soggetti dove non ci fossero a sommovere questioni intorno a qualche personaggio od avvenimento o costume caratteristico; nè il poeta dovrebbe mai più occuparsi d’intrattenere il pubblico, quando non abbisogni di rettificare sentenze che il pubblico ha accettate senza esame.
Ed or si prosegua.
Erano corsi quasi due anni dagli ultimi fatti che abbiamo raccontato; il concetto della vasta congiura non aveva ancor potuto tradursi in atto. Le difficoltà erano immense; alcuni ostacoli parevano insormontabili. Il segreto però era rimasto profondissimo tra Catilina, Sempronia, Cetego, lo zio del giovane estinto, Quinto Curio, Fulvia e Pisone, che già avevan avuto parte in quella prima congiura denominata del cinque febbrajo, perchè siccome esso era stato il giorno della prima fondazione di Roma, così doveva anche essere l’anniversario di quella e l’inaugurazione di una Roma nuova. Sempronia, che in tutto teneva dell’indole di Catilina, e quasi il superava nel delirio dell’ambizione, per accaparrarsi i complici e tenerseli fedeli, in quegli anni s’era immersa nei debiti fin sopra il capo, onde nè colle proprie ricchezze, nè con quelle dello zio Cetego che fu dissanguato, non poteva più ajutar Catilina. Pare che questi, permettendolo Sempronia stessa, si fosse accostato ad una Oristilla, dama romana sterminatamente ricca; e colle arti sue inesplicabili, le si fosse aggavignato al cuore, e però fosse riuscito nell’intento di farla dichiarare garante degli impegni di lui in faccia agli innumerevoli creditori.
Sallustio raccontò essersi allora tenuto per certo che Catilina abbia ucciso il proprio figlio per far piacere ad Oristilla; ma di ciò non è a tener conto.
Ardendo sempre più Catilina di compir l’impresa; e avendo più volte tentato Cesare, che gli pareva il più opportuno ad agitar Roma; essendosi quegli ognora scansato, risolse di aprirsegli ancora, onde si recò con pochissimi fidi alla casa di lui nella Suburra.
— Quantunque di tanto sii tu più giovane di noi, disse Catilina a Cesare, pure ancora siam qui venuti per consiglio e per ajuto. L’impresa che tu sai pare matura. Vieni dunque or tu a comunicarle l’ultima spinta.
Pare che Cesare non volesse compromettersi in quella, prima di non avere approfondito il terreno ed esplorato il cielo d’ogni intorno; onde:
— Quello che già ti dissi, ora ti ripeto. Soltanto, come mi sono obbligato, oggi mi obbligo a tenere il segreto. Io non voglio aver parte in cosa che mi sembra uscire dal probabile e quasi dal possibile.
— Eppure tutta Roma è con me; e la sua parte più giovane e più generosa promette di corrispondere alle beneficenze ond’io la colmai.