— Promettere è agevole; ma le beneficenze già usufruttate, allorchè viene il momento estremo di contraccambiarle, tosto si convertono in ingratitudine. Altro ci vuole; e ben io proporrei cosa utilissima, se fossi nella tua toga e volessi tentare una simile impresa.

— Parla.

— Ritorna colla memoria a tanti anni addietro della repubblica romana.

— A quando?

— Al tempo in cui Roma, estendendosi sempre più, si trovò aver quasi tutto da amministrare negli Stati esteri. Allora si cominciò a dare il primo crollo all’aristocrazia di famiglia. La democrazia non ha più formidabile nemico che in questa aristocrazia casalinga, che, se ha avuto un crollo, pur è ancor tanto onnipotente. Molti secoli trascorsero prima che al padre fosse conteso di appropriarsi anche ciò che acquistavano i figli; però questi, cittadini nel foro, schiavi in casa, dovevano combattere e guadagnare persino la preda bellica per lasciarla ai padri che potevano diseredarli. Ci fu un momento che questi giovani generosi si sentirono attiepiditi considerando una sì grande ingiustizia. — Che si fece allora? si riconobbero i peculii, ossia fu stabilito il diritto di proprietà su tutto quello che i figli acquistavano in guerra. Il peculio castrense fece così ribollire più guerriero il sangue nei petti dei giovani romani. Ma, lo ripeto, la potestà patria non fu tocca che in un lato dal peculio castrense — e oggi essa è ancora prepotenza più che potestà. Queste cose io non le dico perchè l’utile mio proprio mi faccia parlare. Mio padre è morto; nessuna potestà pesa dunque su di me; chè io vivo del mio diritto. Dunque è un’ingiustizia assoluta che mi fa forza. Ma è anche contro una tale ingiustizia che fremono tutti i giovani romani i quali hanno il padre vivo.

«Ora chi si mettesse alla testa di così fortunosa impresa, qual è questa tua, dovrebbe in alcune conventicole notturne, dove questi giovani, invitati con arte, verrebbero ad adunarsi in folla; dovrebbe giurar loro, sull’ara, con tutta la solennità di un giuramento sacro, accresciuto da cerimonie eccezionali e tali che potessero percuotere la loro fremente imaginazione; che sarà abolito per sempre il diritto di vita e di morte che hanno i padri; che più non debbano essere preteriti i figli nei testamenti, che quand’anche per valide ragioni potessero venir diseredati, questo non si possa fare che nominativamente. E v’è altro a prometter prima. Venga abrogata quella iniqua legge di Silla la quale tiene anche oggi i figli dei proscritti incapaci dei pubblici diritti. Costoro brulicano a migliaja di migliaja, e s’affretterebbero da tutta Italia a far grosse le legioni di colui che sentisse aver tanto di forza da ricostituire su novelle fondamenta la repubblica nostra, e sulla vasta base del diritto sociale ripiantare la grandezza romana che l’aristocrazia, ristretta sì ma tenace e profonda, minaccia dalle radici.

«Queste cose io proclamerei, se credessi opportuno oggi di tentare un’impresa pericolosissima qual è quella di cui mi hai parlato e mi parli. Ma io dissi quel che dissi, solo a sfoggio di parole, come se Apollonio Rodio volesse farmi argomentare su d’un tema qualunque. Però come io tenni e tengo e terrò il segreto, anche tu lo terrai; e se i miei pensieri ti fossero per giovare, falli tuoi, che io non ne voglio sapere. E ancora ti sconsiglio dal tentare una sì audace impresa.»

Catilina non ripetè parola, e insiem cogli altri lasciò Cesare, il quale nel salutarlo lo guardò con profonda significazione, e parea volesse dirgli: Avevi a venir solo, e ti avrei parlato in diverso modo. E Catilina, trovatosi libero coi colleghi: Or mi accorgo, disse, che fu pessimo consiglio l’essere ritornati da costui. Ma basteremo noi a tutto, e non parlò più. Sibbene fece tesoro delle parole di Cesare; o per dir più giusto, gli parve di comprendere quanto colui fosse per fare.

Veramente, leggendo l’orazione che poscia ei tenne ai congiurati, orazione evidentemente inventata da Sallustio, non avremmo il diritto di dir questo; ma come si può egli credere a quell’orazione; come si può comprendere l’acutezza di Catilina se fossero veri quei due passi della concione dove le parole contraddicono ai fatti e alle asserzioni stesse di Crispo:

«Anzi che una misera, obbrobriosa vita (è Sallustio che sfoggia arte oratoria per bocca di Catilina), e fatta omai dell’altrui superbia ludibrio, senza onore si perda, non è egli meglio da vittoriosi morire? Ma gli uomini attesto e gli Dei, ch’ella sta in noi la vittoria, non in costoro fra le diuturne loro ricchezze invecchiati, avviliti....