«Qual uomo di virile animo soffrirà che ricchezze a costoro sopravanzino da fabbricar nei mari ed i monti appianare, mentre il necessario perfino a noi manca? Due e più palagi a costoro; a noi un tugurio neppure.»

Ma basti di Sallustio, al quale domanderemmo, se rivivesse, come abbia potuto, in quel breve riassunto della congiura Catilinaria far dire in un luogo tali parole a Catilina, e in un altro narrare in che modo colui abbia potuto adunarsi intorno a sè tanti giovinetti; col donare cioè a chi cavalli, a chi statue, a chi danaro. Quei giovani, a sì strane parole, avrebbero prorotto in tali risa da far dileguare ogni disegno di congiura, e da farne andare scornato lo stesso Catilina.

Ma ora trattasi di determinare le cause vere e speciali, e non probabili che in quel periodo storico, le quali devono aver provocato il fenomeno fino ad ora inesplicabile, che tanti giovani appartenenti alle più cospicue famiglie di Roma abbian seguito al campo con sì ardente alacrità, il tanto aborrito Catilina, e colà sian caduti quasi tutti da eroi.

Le cause generalissime assegnate da Sallustio, e che toccando fenomeni di tutti i tempi non rivelano per nulla il caratteristico assetto di Roma al tempo della giovinezza di Cesare, non bastano a spiegare quel fatto singolare.

XIII. LA PATRIA POTESTÀ.

Per tornare alla questione toccata da Cesare, la patria potestà tanto nel fatto arbitrariamente eseguito, che nel diritto meditato con intenzione di sapienza e di umanità, sia che questo proceda spontaneamente dal naturale, o si fissi con arte nel civile, è argomento vetustissimo. Attraversò tutte le civiltà, sempre di volta in volta modificandosi, sempre accennando all’intento del meglio, ma senza mai risolversi in una sentenza postrema, che appaghi tutte le coscienze, tutti i pensamenti dei savii e faccia scomparire tutti i dubbii. Anche oggidì presenta i caratteri di un problema di cui la soluzione attenda il futuro e minacci di rimaner perpetua.

Dalle leggi delle dodici tavole nelle quali appare che la collaborazione di Ermodoro, esule dalla Grecia democratica, indarno valse a placare l’aristocratica e spietata scienza dei giuristi romani, alla odierna legge italiana, i giureconsulti intorno a molti e pericolosi problemi appaiono ognora in disaccordo. Quelli tra loro che innanzi ad altro interrogarono il diritto naturale e, inspirati da una filosofia fatta troppo credula dal sentimento e dall’amore, trovarono nel sangue paterno tutte le guarentigie alla possibile felicità dei figli, mostrarono di non conoscere tutta la terribilità del cuore umano, della quale i fenomeni vedonsi sovente anche in coloro che adempiono ai doveri di cittadini intemerati, che passano ilari al cospetto del codice, inutile per essi, che persino meritarono ed ottennero premii dal pubblico riconoscente. Chi dalla natura e dalla condizione e dal diritto tiene un potere, facilissimamente, sia nella sfera della pubblica azione che in quella della vita privata e domestica, è tentato di trasmodare alla tirannia. Quei sapienti innamorati sentenziarono essere eccezione il padre che non ama i figli; ma non pensarono che nell’amore stesso che si manifesta in loro al cospetto o della beltà delle figlie o dell’ingegno dei figli, è deposto il più delle volte un germe occulto di egoismo, il quale esploderà tantosto che a quella beltà tenti accostarsi alcun mortale non ricco; o quell’ingegno, tratto irresistibilmente a coltivare la non doviziosa arte, diserti il foro, o il nosocomio, o il trabucco. Quante fanciulle cui la beltà fu dono sventuratissimo, vennero costrette dal buon padre a concedere la mano ad uomini odiati, de’ quali la ricchezza e la condizione privilegiata rendevano amabilissimi a lui solo, e vennero dannate a infelicità perpetua, e di cosa in cosa, persino a cercare nel peccato un lenimento all’affanno. Chi sa quante volte dietro al sacerdote benedicente l’infausto nodo, la sposa desiderante e piena la fantasia di formose apparenze, vide sorgere lento lo spettro voluttuoso dell’adulterio, iridiscente come le ali di Lucifero, e irridere al rito, quasi aspettando un avvenire vicino.

Il furore di dominio spesso dissimulato dalle più benigne apparenze, la gelosia inesorabile nell’amministrazione e nel godimento dei possessi, mantennero sovente i figliuoli quasi poveri nella casa del ricchissimo e fastoso genitore.

Lo spettacolo di uomini non ancora viri a quaranta, a cinquant’anni, tenuti in continua ed umiliante soggezione del padre; e a tale età ritraenti uno scarso sussidio non proporzionato alla casalinga dovizia, è caso frequentissimo e volgare.

Quel pensatore sommo che fu Leopardi, al quale forse i giustissimi sdegni erano di soverchio esacerbati e incruditi dalla maledetta condizione del suo corpo e della salute, la quale gli fece veder la vita attraverso a un prisma di troppo tetra luce, ebbe a dire che nessun uomo ci addita la storia, il quale sia stato operatore di grandi e gloriose cose, vivente il padre.