— Che vuoi?
— Ricordati che i tuoi soldati ti han chiamato Magno sul campo di battaglia.
— E dunque?
— Tu non devi adirarti per così poco. Se ce lo comandi, noi centurioni tireremo il tuo carro. Crediam bene di valere quattro elefanti. Se ciò ti appaga, smetti lo sdegno, o Pompeo Magno imperatore.
Queste parole il centurione le pronunziò senza che la sua faccia si atteggiasse punto al senso affettuoso ch’esprimevano. Era una di quelle facce romane della prima razza, ampia, quadrata, magra, a risalti, di quelle fatte apposta per la scultura monumentale che modella le teste per esser vedute da lontano; di quelle facce che non piangono e non ridono mai e dissimulano sotto l’apparenza di un orgoglio indomabile perfino la tenerezza, perfino l’idolatria. E quel veterano infatti che più volte aveva palleggiato Pompeo fanciullo, quando aveva fatte le prime armi sotto a Strabone padre di lui, lo amava svisceratamente, ma per timore ch’ei se ne accorgesse, solea fargli le più generose profferte quasi sempre con faccia bieca.
Pompeo sapeva questo, e tranquillatosi di tratto, gli stese la mano, che il centurione strinse come da pari a pari — e:
— Va, gli disse, appresta i quattro cavalli bianchi, e non se ne parli più.
Il centurione partì. Pompeo, abbigliato che fu, uscì dal cubicolo, venne al portico, dove la lettiga l’attendeva, e si fece trasportare così al campo Marzio.
Colà giunto, appena mise piedi in terra e apparve la maestosa sua figura, ornata di porpora, cinto il capo dell’alloro aurato, proruppe un urlo giojoso di voci romane, e ben era, per ripetere Omero,
Di nove mila un urlo o dieci mila: