e tra quell’applauso spiccavano le parole:
Salve, imperator, salve, salve, salve.
Jo triumphe. Jo triumphe. Jo.
La quadriga stava nel mezzo del campo Marzio; i quattro cavalli bianchi erano aggiogati. Pompeo salì. Tutti i soldati si adunarono in cerchio presso al carro; intorno al circolo tutto fitto e lucido d’armi girava un altro cerchio di facce popolane. Pompeo tenne un discorso ai proprj soldati; in prima parlando a tutti insieme, ne esaltò il valore rammentando le vittorie ottenute; dopo lodò ciascuno in particolare. In seguito venne la distribuzione dei premj. I quattro centurioni più veterani presentarono a Pompeo i donativi, ch’eran per lo più cose militari, corone d’oro e d’argento; ed esso, leggendo il nome di coloro che ne dovevano essere insigniti, nomi che venivan scritti sui donativi stessi, chiamò i distinti a riceverli ad uno ad uno. Compiuta questa cerimonia, discese a fare il sagrificio; e del sangue del vitello sgozzato ne empì una tazza per versarlo sul carro d’oro, in modo che tutto apparisse chiazzato di macchie sanguigne. Finalmente Pompeo risalì sul cocchio e la processione si mosse, e nello stesso carro, dietro alle spalle istesse del trionfante, stava il carnefice, come voleva il costume, il quale sosteneva sopra alla corona d’alloro ond’era redimito il glorioso capo, un’altra pesante corona d’oro massiccio; ed il carnefice gridava spesso ad alta voce:
Respice post te hominem — memento te;
volendo con ciò ricordare al trionfatore l’incertezza dell’umana fortuna.
Nel sito in cui Pompeo sedeva eravi un idoletto contro l’invidia, e dal carro pendeva una sferza ed un campanello, che eran i segni dei condannati a morte, per avvertirlo che dal colmo della gloria poteva precipitare nell’estremo delle umane miserie. La quadriga trionfale era preceduta da molti carri pieni di spoglie ed armi nemiche, da trombettieri e suonatori d’istrumenti diversi; dopo di essi conducevansi i buoi destinati al sacrificio, ornati di corone e di bende, e colle corna dorate. Appresso spiegavansi i trofei della Libia e la completa armatura dell’ucciso Domizio. Gran numero di capitani dell’esercito di Domizio, seguivano il trionfo con catene leggiere al collo, alle braccia, alle ginocchia. Davanti a costoro precedevano saltando due giullari, che con gesti buffoni eccitavano al riso gli spettatori, facendosi beffe dei prigionieri incatenati; e un terzo giullare, che chiamavasi Manduco, moveva la bocca in modo come se stesse mangiando i vinti. Senatori, soldati, cittadini liberati, ambasciatori, centurioni, chiudevano la processione, la quale percorreva la via trionfale per più di due miglia; i cittadini accorsi erano per la maggior parte vestiti di bianco; i templi accanto ai quali il trionfatore passava, erano aperti, e da essi uscivano profumi ed incensi; il medesimo avveniva dei palazzi e delle case private che rispondevano su quella via tutta coperta d’erbe odorose e di fiori. La folla aspettante il carro trionfale, come lo vedeva giungere, prorompeva nel solito grido: Jo triumphe — Jo triumphe. Allorchè il trionfante Pompeo giunse al Campidoglio, discese nello spazio che era tra il tempio della Fortuna e l’arco di Scipione. Il tempio di Giove Capitolino allora non era ancora edificato; ma in sua vece sorgeva una semplice ara. Nel momento che i prigionieri passando innanzi al vincitore venivano condotti nel carcere Mamertino, Pompeo si prostrò davanti all’ara, e in mezzo al silenzio che subito e profondo si mise fra tanta moltitudine, pronunciò con voce sonora questa preghiera:
«A te, Giove Ottimo Massimo, a te Giunone regina, a voi tutti, o Numi, di questa arce abitatori e custodi, lieto rendo grazie perchè avete voluto che la repubblica romana venisse difesa ed ampliata dalle mie armi. Così vi scongiuro a conservarla, ed a proteggerla in ogni tempo, come ora fate.»
Finita questa preghiera, i vittimarj a’ piedi dell’ara uccisero venti giovenchi, mentre Pompeo deponeva sull’ara stessa le spoglie più preziose della vittoria.
Non è possibile immaginare spettacolo più grande, più maraviglioso, più pittoresco di quello che offriva in quel momento il Campidoglio colle sue adjacenze. Il fantasioso Martin che ritrasse con sì potente matita il festino di Baldassare, appena basterebbe per dare una idea di quella scena straordinaria, anche per la giacitura dei templi e degli archi e delle vie e dei clivj, e de’ cento gradi della rupe tarpea, e della gradinata che metteva all’arce capitolina; edificj e spazj che per la varietà delle altezze si mostravano tutti allo sguardo gremiti di popolo infinito. Al formicolìo dei cittadini e della plebe faceva contrasto l’apparenza delle splendide lettighe dove sedevano le nobili romane e alcuni dei più illustri patrizj; e fra tutti riluceva al sole il carro tutto d’oro ed aspro di gemme, dove stava assiso Lucio Cornelio Silla, il padrone di Roma.